9 novembre 1989, cade il muro di Berlino. Grandi erano le aspettative all’indomani di questo giorno: finiva la Guerra Fredda, l’Europa Orientale avrebbe finalmente potuto partecipare al commercio mondiale ed attrarre investimenti internazionali; in Cina le riforme economiche di Deng Xiaoping iniziavano a far crescere l’economia della Repubblica Popolare a tassi elevati (fra il 1990 ed il 1995 il PIL è cresciuto di circa il 78%). Cominciava una nuova fase di globalizzazione accelerata: fra il 1990 ed il 2008 (prima cioè della Grande Crisi Finanziaria – GCF) il rapporto fra la somma delle esportazioni e delle importazioni ed il PIL mondiale è passato dal 37.5% al 61.1%; nello stesso periodo la povertà si è più che dimezzata (dal 38% della popolazione mondiale nel 1990 al 18.3% nel 2008) ed oggi è pari all’8.5%. La fine dell’importanza delle ideologie per l’impostazione delle politiche economiche e sociali sembrava diventare la cifra della speranza che il modello liberale di democrazia avrebbe trovato applicazioni regionali diffuse: per esempio 10 nazioni prima appartenenti alla sfera di influenza sovietica hanno aderito all’UE fra il 2004 ed il 2007.
Oltre a quello di Berlino, sembrava che altri muri fossero caduti. Si aveva la sensazione che il mondo fosse destinato a raggiungere un equilibrio relativamente omogeneo (fatte salve le peculiarità e tradizioni locali), basato su un modello economico evolutosi fin dall’antichità, e che inglobasse per tutti i diritti fondamentali garantiti dallo statuto dell’ONU. A sostegno di questa sensazione aveva contribuito anche l’impatto dell’accelerazione del progresso tecnologico, della diffusione di internet, e la riduzione impressionante nei costi per gli utenti delle telecomunicazioni e dei trasporti, facilitando ed allargando la conoscenza dell’altro, in particolare di chi viveva meglio. Ciò ha favorito un po’ ovunque la nascita di aspettative importanti per il futuro, spesso con tentativi di emulare i Paesi Occidentali ricercandone i benefici in tempi brevi, ma saltando le lunghe fasi di adeguamento delle strutture economiche e sociali affrontate nel passato dall’Occidente.
I risvolti della medaglia di questa crescita (in maniera un po’ semplicistica: l’aumento delle disparità sociali, dell’indebitamento, della corruzione, …), spettacolare ma non omogenea, e delle liberalizzazioni hanno cominciato a manifestare i loro effetti fin dai primi anni del nuovo secolo. Le conseguenze della GCF prima e della pandemia poi, uniti ad un protagonismo imperiale da parte di alcuni leaders ed all’estremizzazione di alcuni principi progressisti – che hanno sostituito le ideologie del XX secolo con pensieri utopistici, irenici e di colpevolizzazione delle attuali democrazie liberali per il passato – hanno accresciuto le insoddisfazioni e portato ad uno sviluppo dilagante di antagonismo verso il sistema occidentale. Da cui la rinascita di sentimenti localistici atti a combattere le conseguenze di una globalizzazione troppo rapida e squilibrata con una ritrovata nostalgia per le proprie radici e tradizioni, considerando le libertà nel frattempo acquisite irreversibili. Il successo di una narrazione semplicistica per la soluzione di problemi complessi ha portato all’affermazione di politici con tendenze autoritarie ed alla messa in discussione delle alleanze storiche, da cui una frammentazione del mondo; alla quale si sono aggiunte le conseguenze dell’imposizione di sanzioni poco efficaci e di dazi più o meno arbitrari sulla fluidità del commercio internazionale e delle catene di valore. Un mondo che sta sempre più diventando a geometrie instabili e variabili per opportunismo economico e geopolitico: l’opposto dei sogni di universalismo democratico e liberale manifestatisi all’indomani del novembre 1989.
In uno studio del 2001 in cui ipotizzava che la crescita di Brasile, Russia, India e Cina avrebbe messo a dura prova le economie dei Paesi del G7 Jim O’Neill, allora a capo della ricerca economica di Goldman Sachs, coniò il termine BRIC. A seguito di riunioni informali fra questi Paesi nelle pieghe delle assemblee annuali dell’ONU, la Russia organizzò nel 2009 un incontro nel quale si diede corpo ad un’associazione, con lo scopo di creare un contrappeso all’influenza dell’Occidente nei fora internazionali; nel 2010, su invito della Cina, il Sud Africa si unì al gruppo. Il nome di questa organizzazione informale mutò in BRICS, e dal 2024 BRICS+ per l’incremento dei suoi aderenti, considerato necessario per rendere il gruppo sempre più rappresentativo dei Paesi in via di sviluppo, emergenti e di industrializzazione recente (cd. Global South) ed avere maggiore influenza a livello globale; oggi rappresenta una popolazione complessiva di circa la metà di quella mondiale ed un PIL aggregato di circa un terzo, superiore a quello dei G7.
Il gruppo dei Paesi aderenti si riunisce una volta all’anno, ospitato e presieduto a turno dai singoli membri; al 16° incontro tenutosi nel 2024 in Russia sono state invitate altre 13 nazioni interessate ad aderire, fra le quali la Turchia, unico Stato membro della NATO, che sembra aver iniziato l’iter per l’adesione formale.
In origine il focus principale dei BRICS era la riduzione della dipendenza economica dall’Occidente: in estrema sintesi gli obiettivi principali erano una maggior rappresentanza negli organismi internazionali, il coordinamento delle politiche economiche (in particolare l’aumento dell’interscambio commerciale), la riduzione della dipendenza dal dollaro americano e la creazione di un sistema finanziario alternativo all’esistente. A questo scopo vennero fondati la New Development Bank, NDB, ed il Contingent Reserve Arrangement sulla falsa riga rispettivamente della Banca Mondiale e del FMI con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle tradizionali fonti di finanziamento di lungo periodo. Gli obiettivi ed il ruolo dei BRICS sono mutati da quando la Cina ha dato avvio al suo progetto cardine di politica estera, la Belt and Road Initiative – BRI (nota anche come Nuova Via della Seta), ed in particolare dal 2015 con l’allargamento degli orizzonti della BRI da Paesi relativamente vicini a gran parte del mondo, cui è seguita l’anno successivo la creazione della Asian Infrastructure Investment Bank, con una platea di azionisti (alcuni occidentali) molto maggiore, un raggio operativo molto più ampio e risorse finanziarie decisamente superiori a quelle della NDB. Il ruolo cinese nell’associazione è diventato preminente come conseguenza della cooperazione strategica senza limiti con la Russia, e per la prevalenza del commercio dei membri con la Cina piuttosto che fra di loro; nonostante la retorica di un gruppo basato sul consenso, in realtà il potere della Cina è preponderante, con il conseguente allineamento di fatto dei membri alle sue decisioni in politica estera. Se si esclude l’obiettivo generico di BRICS+ di diventare la nuova piattaforma dei Paesi in via di sviluppo per dare voce ai propri interessi ed alle proprie preoccupazioni, resta da capire come un gruppo così eterogeneo di Paesi possa nei fatti collaborare. Sotto il profilo economico lo sviluppo del commercio intragruppo di fatto non si è realizzato, la de-dollarizzazione delle transazioni (anche per limitare l’effetto diretto o trasversale delle sanzioni) non sembra per ora realistico, nonostante l’impegno cinese e brasiliano per favorire lo yuan come valuta alternativa, così come la riforma degli organismi finanziari sovranazionali derivanti dagli accordi Bretton Woods. Sotto il profilo politico la sfida sembra ancora maggiore, posto che al suo interno sono presenti nazioni storicamente antagoniste (India – Cina, Iran – Arabia Saudita, …) e con obiettivi geopolitici spesso contrastanti se non opposti (per esempio l’atteggiamento verso l’Occidente da parte dell’Iran e del Brasile).
La natura relativamente informale dei BRICS+ rende questo consesso attraente per molti Paesi (circa 40 hanno espresso il desiderio di essere inclusi), anche per l’ostilità nei confronti di un ordine mondiale dominato – secondo il loro punto di vista – dal sistema occidentale; un allargamento che riflette un processo di riallineamento globale ed un peso specifico crescente del Global South. È anche un segnale della perdita di attrattiva dei principi liberali; le grandi potenze appartenenti ai BRICS+ (Cina e Russia in particolare, e quando verrà ammessa la Turchia) sono governate da autocrati che non nascondono una nostalgia per il potere goduto un tempo dal Paese ora amministrato (ed ambizioni che non è esagerato chiamare imperialiste), nei confronti delle quali le economie meno sviluppate sembrano avere una dipendenza economica sempre maggiore.
Il mio dubbio è che le recenti, timide iniziative da parte europea e statunitense di favorire rapporti più stretti con il Global South siano tardive ed insufficienti, anche considerati il risentimento da parte di quest’area per il passato coloniale e l’influenza difficilmente contrastabile di Cina e Russia, particolarmente in Africa. A meno di piani ambiziosi per i quali in Europa non sembrano esserci concordanza di vedute e le risorse finanziarie necessarie, mentre negli Stati Uniti resta l’incognita sugli effetti delle politiche annunciate dal Presidente Eletto. Mi sembra che un nuovo muro (culturale oltreché politico), di cui BRICS+ rappresentano il mattone portante, stia sostituendo il muro caduto a Berlino. Supportato nel nostro mondo dall’atteggiamento di una parte delle nuove generazioni e di una cosiddetta élite intellettuale, orfane del terzomondismo, allineato ai sentimenti del Global South di critica radicale e di antagonismo verso il sistema delle democrazie liberali. Quando invece sarebbe necessario un impegno comune per aumentare la fiducia reciproca con l’obiettivo di affrontare pragmaticamente fenomeni globali già presenti: la regolamentazione delle applicazioni delle nuove scoperte scientifiche (che si sviluppano ad una velocità impossibile da contrastare in parallelo con una governance adeguata), le migrazioni, e le politiche legate al contenimento del cambiamento climatico ed al rischio di nuove epidemie.
Dove troveremo le intellighenzie ed i leaders lungimiranti per affrontare le sfide esistenziali e non le piccine ambizioni personali o di casta?


