Negli ultimi anni non c’è stata tensione internazionale che non abbia, ad un certo punto, avuto come conseguenza l’imposizione di sanzioni economiche. Che le ragioni per la loro imposizione riguardassero problemi significativi fra le grandi potenze o coinvolgessero Paesi di rilevanza economica contenuta, che dipendessero da motivi economici, strategici, o da palesi violazioni dei diritti umani è stato tutto un fiorire di provvedimenti punitivi sotto il profilo commerciale. L’utilizzo di sanzioni economiche come strumento di politica estera non è una novità dei nostri giorni: già Pericle, nel 432 a.C., poco prima dello scoppio della guerra del Peloponneso, emise il Decreto di Megara, che bandiva tutti i megaresi dai porti e mercati dell’impero ateniese. La ragione era stata forse la ricerca di un modo per rispondere ad una grave provocazione senza rompere la pace dei trent’anni con Sparta. Previste anche dalla Società delle Nazioni quale strumento di pressione in caso di crisi internazionali per cercare di evitare l’esplosione di un conflitto armato, dopo la II Guerra mondiale sono state applicate in numerosi casi, ed il ricorso a questi provvedimenti è aumentato grandemente, soprattutto da parte degli Stati Uniti, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre. Solo nel periodo 2016-2019 sono state applicate 75 volte.

Ma cosa sono le sanzioni economiche e perché si applicano? Sono davvero efficaci? Sono uno strumento eticamente corretto? Secondo una definizione prevalente, le sanzioni sono provvedimenti presi da alcuni Paesi e/o organizzazioni multinazionali (ONU, UE, …), i cosiddetti senders, per cercare di modificare decisioni strategiche intraprese da altri attori (pubblici o privati), i targets, che mettono in pericolo gli interessi dei senders o che adottano atteggiamenti che violano norme di comportamento internazionalmente accettate. Consistono nella sospensione delle normali attività commerciali e finanziarie, tramite dazi o embarghi, e/o nel congelamento di assets detenuti all’estero. Gli obiettivi che si intendono raggiungere comprendono il contrasto del terrorismo, del narcotraffico, della proliferazione nucleare, o la promozione dei diritti umani e della democrazia. In passato sono state applicate da nazioni più potenti verso attori meno forti sotto il profilo economico o geopolitico quale strumento per evitare (possibilmente) la guerra. Oggi appaiono più frequentemente come forme di ritorsione e pressione nei confronti di Paesi non democratici a fronte di provvedimenti di politica interna degli stessi, giudicati gravi sotto il profilo della violazione dei diritti umani. In questo caso spesso, in una fase iniziale, sono sanzioni ad personam nei confronti di membri dell’establishment.  Quando le sanzioni sono applicate fra grandi potenze internazionali hanno spesso anche lo scopo di fare pressione per trattative complesse di più vasto raggio. L’obiettivo più frequente è di promuovere tavoli negoziali da una posizione di forza per cercare di risolvere i problemi; a volte vengono imposte con l’obiettivo di un cambio di regime politico.

L’efficacia* delle sanzioni, che possono anche essere solo minacciate, dipende da vari fattori: se sono imposte da un singolo Stato o se sono multilaterali; se fra sender e target intercorrono stretti rapporti diplomatici; dal numero di questioni che si vogliono risolvere tramite questo strumento (il successo è inversamente proporzionale al numero di problemi); il costo per il target in rapporto alle dimensioni della sua economia e della sua apertura ai mercati internazionali, soprattutto nel caso di sanzioni minacciate. Complessivamente, il tasso di successo dell’imposizione di sanzioni è circa del 30%, più basso se l’obiettivo è il cambiamento di un regime politico. Il costo annuo complessivo per le nazioni target è cresciuto da circa $ 2 mld nel periodo dopo il 1965, a circa $ 7 mld nel 1980, a circa $ 27 mld nel 2000, e sembra ragionevole presumere che attualmente sia molto più elevato.

Sotto il profilo etico, sarebbe necessario, prima di imporre sanzioni economiche ad intere nazioni (e non solo a singoli rappresentanti del potere) valutarne l’effetto sulla popolazione nel suo complesso. I danni che subiscono sono rilevanti, e possono portare alla morte di decine di migliaia di persone innocenti, soprattutto bambini, e comunque quelle più fragili. Questo anche come conseguenza dell’impoverimento generale causato dalle sanzioni e della loro durata: uno studio del 2014 rileva come 68 Paesi colpiti da sanzioni dell’ONU fra il 1976 e il 2012 abbiano avuto una riduzione media annua della crescita del PIL pro capite del 2,3% – 3,5% per un periodo di 10 anni, che aumenta al 5% medio annuo in caso dei provvedimenti più restrittivi (es.: un embargo generalizzato). Senza considerare le gravi conseguenze dell’impoverimento sull’alimentazione o sulla possibilità di accedere a cure e medicinali (anche se spesso questi ambiti sono esclusi dalle sanzioni), il dramma per milioni di persone comprende anche aspetti della vita quotidiana quali le possibilità di istruzione o la necessità di non poter lasciare lavori detestati.

Considerate le implicazioni etiche e il modesto successo ottenuto, e non dimenticando anche la diffusione delle criptovalute che permettono di aggirare le sanzioni, il dubbio che il ricorso a questi provvedimenti sia un efficace strumento di politica estera è elevato. Anzi, si può avere l’impressione che stiano diventando una delle ragioni che favoriscono tendenze sovraniste – e di conseguenza contribuiscano alla messa in discussione dell’ordine liberale internazionale e alla riduzione del numero di Paesi che godono della democrazia (negli ultimi 15 anni la situazione è sempre peggiorata).  Un maggior utilizzo del soft power e di incentivi economici da parte dei principali attori statali e sovrannazionali, legati a controlli invasivi e a severe discipline anticorruzione, potrebbero in molti casi essere strumenti con maggiore probabilità di successo. Più carote e meno bastoni, insomma.

 

* Dawid Walentek , Joris Broere , Matteo Cinelli , Mark M. Dekker & Jonas M. B.Haslbeck (2021): Success of economic sanctions threats: coercion, information and commitment, international interactions. DOI: 10.1080/03050629.2021.1860034

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