Il diffondersi nell’ultimo decennio delle cosiddette fake news (un concetto un po’ vago di manipolazione o fabbricazione di notizie) ha contribuito ad un mutamento radicale della comunicazione, non solo politica, rispetto alla prassi consolidatasi nel XX secolo che attribuiva praticamente solo ai giornalisti, ed ai veri esperti l’onere di informare. Se a questo accostiamo anche il fenomeno della “post – verità”, cioè delle circostanze nelle quali fatti oggettivi influenzano meno l’opinione pubblica rispetto alle emozioni ed alle credenze personali, è manifesta una crisi della comunicazione tradizionale nel sistema liberale e democratico. Ciò risulta particolarmente preoccupante in periodi di crisi, nei quali la necessità di essere ben informati, cioè di essere certi di ottenere notizie complete ed aderenti alla realtà, è fondamentale per affrontare queste emergenze, sia per accettare le misure per contrastarle (ove possibile), sia per arginare l’ansia.

Ma quanto sta accadendo da due anni – un periodo nel quale due crisi, anzi due flagelli, si sono succeduti e accavallati – sta creando un flusso parossistico di notizie, almeno per chi ha la fortuna di vivere in una società libera, che ne rende difficile la comprensione delle origini e delle conseguenze. In parte, ciò dipende dell’evoluzione della comunicazione: se prima dello sviluppo delle piattaforme tecnologiche le notizie venivano propagate solo dai mass media tradizionali, soggetti a prassi e codici deontologici collaudati, ottemperando all’obiettivo di fare informazione, ora le stesse possono essere divulgate in tempo reale da chiunque attraverso molteplici social networks, senza alcuna garanzia sulla loro autenticità, ed imponendo al giornalismo tempi di reazione non compatibili con una approfondita verifica (nonostante l’impegno delle organizzazioni che si occupano di certificare la veridicità delle informazioni, alle quali i principali media spesso si affidano). Si crea quindi una disparità fra notizia e informazione. È mia opinione che questi termini, in questo contesto, non siano sinonimi: l’informazione è come un mosaico, del quale le notizie sono le tessere, e se anche solo alcune di queste non sono vere (cioè non hanno applicato le tecniche e le procedure condivise per il conseguimento della verità*) il risultato finale è incoerente, non credibile, e quindi non permette la formazione da parte dell’utente di un’opinione ragionata.

Guardiamo al caso della pandemia: persino i canali ufficiali (WHO, uffici governativi, …), soprattutto nei primi mesi del fenomeno, si sono distinti per la diffusione di notizie spesso contraddittorie fra loro; i dati sono stati raccolti in maniera disomogenea o parziale (si pensi al caso dei criteri di calcolo del numero dei ricoveri o dei decessi nei diversi Paesi); provvedimenti simili per il contrasto alla diffusione del virus sono stati applicati in maniera diversa in differenti località, complicandone la lettura dell’efficacia. In tutti questi ambiti è sempre stata privilegiata la frequenza della comunicazione rispetto all’accuratezza che sarebbe stata opportuna in presenza di un fenomeno sconosciuto, rendendone ancor più complessa l’analisi da parte dei tecnici e la comprensione per il pubblico.

Nel caso della tragedia in Ucraina il problema generale è analogo, anche se declinato in maniera diversa e con ripercussioni differenti, almeno fuori dal teatro di guerra. L’incalzare degli avvenimenti bellici, la propaganda, la necessità di confondere il nemico e tutelare la segretezza delle operazioni rendono quanto mai complesso il reperimento di fonti affidabili e di notizie complete, incontrovertibili e tempestive, considerando anche che l’autorizzazione all’accesso a determinati luoghi può essere funzionale agli interessi di chi concede il permesso. Né la messe di immagini raccolte sul campo da chiunque ne abbia la possibilità, e divulgate in tempo reale sui social networks, può essere considerata garanzia di verità di quanto mostrato, sia per la difficoltà di valutarne l’autore sia per la facilità di alterare la scena completa (l’inquadratura può incidere in maniera determinante). La necessità di informare il pubblico su avvenimenti così tragici mette il giornalismo in grande difficoltà: sarebbe necessario un approccio il più possibile obiettivo sugli sviluppi, ma l’incalzare di notizie ed immagini particolarmente drammatiche rende di fatto la comunicazione un compromesso fra il tempismo e la verità; inoltre, per un’informazione completa, simili avvenimenti richiederebbero un inquadramento da parte di analisti di geopolitica, il più possibile neutrali, per capirne la genesi e le conseguenze. Anche in questa situazione di crisi, quindi, la notizia di per sé non è

informazione nel senso etimologico del termine (dal verbo latino in-formare, nel significato di “dare forma alla mente”, “istruire”, “insegnare”), necessaria per la comprensione di quanto accade.

Il giornalismo dovrebbe aiutare il pubblico a capire e valutare, e credo che la tendenza alla ricerca dello scoop su qualsiasi argomento, del titolo più altisonante, della concorrenza ai social media sia l’opposto di questo scopo. La verità accertata di una notizia ed il commento ragionato dovrebbero essere gli obiettivi dell’informazione, particolarmente in periodi di crisi. L’alta frequenza dei “programmi di approfondimento” televisivi (popolati anche da “esperti” in discipline non attinenti alla materia e da “pensatori” controcorrente) che riducono tutto ad un racconto mediaticamente valido, unito alla diffusione delle fake news e alle bolle di informazione nei social networks, spettacolarizzano una comunicazione che privilegiando l’attimo fa scomparire il quadro completo e riducono la capacità di analisi e di critica di un pubblico sempre più pigro e passivo.

È anche così che si affermano i populismi e le autocrazie.

 

*Foucault M (1980) ‘Truth and power’, in: Gordon C (ed) Michel Foucault: Power/Knowledge: Selected Interviews & Other Writings 1972–1977, New York: Vintage, 109–133.

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