Le drammatiche notizie relative ai naufragi di gusci di noce carichi di disperati, accompagnate dal rumore fastidioso di commenti demagogici da parte di gruppi politici di opposte tendenze con obiettivi di pura polemica, non ci aiutano ad avere un quadro generale di un problema certo non nuovo, ma che l’evoluzione della società – soprattutto negli ultimi 15 anni – ha reso più incalzante. Forse un po’ di numeri, noiosi, possono aiutare ad inquadrare meglio il fenomeno su una scala globale, anche se le statistiche non sono aggiornate e pubblicate dalle varie agenzie con le stesse tempistiche, ed i numeri comunicati rappresentano solo una fotografia dello stock di migranti ad una certa data, e quindi non sono al passo con i flussi intercorsi fra il momento di reperimento dei dati e la loro pubblicazione.

Non esite una definizione precisa  di “migranti”; secondo lo IOM (International Organization for Migration – un’agenzia dell’ONU) si tratta di un termine generico che comprende chi si sposta dal suo luogo di residenza abituale, in maniera temporanea o permanente, all’interno del proprio Paese o attraversando una frontiera. La genericità della definizione ufficiale dello IOM rende più complessa la comprensione del fenomeno: per esempio, i migranti comprendono anche i ricongiungimenti familiari, tutti coloro che vanno a lavorare nelle filiali estere delle aziende, i professionisti che accettano offerte più remunerative rispetto al Paese d’origine, o gli studenti che frequentano corsi all’estero; la definizione dell’IOM è così onnicomprensiva che il Department of Economic and Social Affairs (UN DESA), nella raccolta dei dati relativi alle migrazioni, esclude alcune categorie (turisti, pellegrini, …).

In maniera grossolana si può dividere il numero dei migranti in tre categorie: i rifugiati, cioè coloro costretti a lasciare la propria residenza abituale per guerre, persecuzioni, motivi climatici-ambientali, attraversando una frontiera, le IDP (Internal Displaced Persons) che per le stesse motivazioni abbandonano la propria residenza ma senza varcare confini, e coloro che si spostano per cercare migliori opportunità di lavoro.

Lo IOM indica per la fine del 2020 complessivamente circa 281 mln migranti (3,6% della popolazione mondiale, una percentuale relativamente stabile a partire dagli anni’90); di questi, a metà dello scorso anno, coloro che hanno dovuto lasciare la propria residenza per ragioni legate alla propria incolumità sono stimati in circa 103 mln dei quali, l’IDMC calcola che oltre i 2/3 non hanno attraversato frontiere. Tali statistiche non sono aggiornate con i flussi legati alla guerra in Ucraina, o le conseguenze degli scontri in Sudan, e degli effetti dei recenti uragani in Bangladesh.

Il trend di lungo periodo effettivo* dei rifugiati non sembra essersi modificato in maniera sostanziale (nel periodo 1951 – 2018) sia in termini assoluti che percentuali relativamente alla popolazione mondiale; il numero totale indicato nelle statistiche dell’UNHCR risente dei dati relativi alle IDP che, seppur esistenti dal 1969, non erano stati inseriti nel database fino all’inizio del secolo, in quanto considerati incompleti o inattendibili. Da notare che il numero complessivo di rifugiati è sensibilmente inferiore a quello di metà dello scorso secolo (175 mln), quando raggiunse una percentuale dell’8% popolazione mondiale di allora, come conseguenza degli spostamenti legati alla fine della II Guerra Mondiale e dei processi post coloniali. I luoghi di destinazione dei rifugiati nel 2018 erano localizzati nel continente di origine nell’ 83.4% dei casi (in diminuzione dal 98.3% degli anni ’80).

Per quanto riguarda i migranti economici, il desiderio di lasciare il proprio luogo natio nasce dall’universale stimolo a migliorare la situazione propria e dei propri famigliari (anche per quelli rimasti nel Paese d’origine, tramite le rimesse), non solo sotto un profilo strettamente economico, ma anche di qualità della vita (qualità dell’istruzione per i figli, accessibilità a presidi sanitari migliori, …). Considerando lo HDI – Human Development Index (un indice che comprende reddito pro-capite, aspettativa di vita ed istruzione) e le 6 aree geografiche identificate dall’ONU a questo fine, una dettagliata analisi** ha verificato che, seppur il numero assoluto dei migranti è molto aumentato nel periodo 1995 – 2020 la loro percentuale sulla popolazione di ogni singola area è cresciuta marginalmente nei Paesi con HDI basso e medio, mentre in maniera consistente nelle aree con HDI alto e molto alto. Significativo, inoltre, il fatto che 16 fra i 20 Paesi con maggiore emigrazione nel 2020 provenissero da aree con HDI alto e molto alto, e che la percentuale degli emigranti sul totale della popolazione dei Paesi compresi nelle differenti aree è doppia in quelle con HDI molto alto rispetto alle altre tre, a differenza di quanto accadeva nel 2005, quando erano le aree di Paesi in categoria media ad avere il maggior numero di emigranti. In parte, la rilevanza delle aree con HDI maggiore può essere attribuita a variazioni intercorse nelle valutazioni dell’indice dei vari Paesi, ma anche senza tenere in considerazione tali cambiamenti, emerge che i movimenti migratori in & out fra Paesi dell’area con HDI più elevato è un trend molto chiaro.

 

 

Fonte: Vedi nota 2

Il fenomeno migratorio è vecchio come l’umanità, e queste analisi non lo rendono meno drammatico, soprattutto quando le difficoltà di chi vuole o deve migrare vengono superate tramite il ricorso a “contrabbandieri” senza scrupoli (in questo settore, i “trafficanti” sono altra cosa); ciononostante, l’enfasi del discorso politico per affrontare la questione oscilla fra due impostazioni entrambe sbagliate o irrealistiche, ed entrambe demagogiche. I rifugiati rappresentano una categoria particolarmente disgraziata che deve essere aiutata e protetta non solo perché così imporrebbero i trattati internazionali; inoltre, a livello globale, solo circa l’11% dei migranti rientra in questa categoria (e quelli presenti in Europa rappresentavano poco meno dello 0.6% della popolazione nel 2021). Per quanto concerne i migranti economici, non si considera in maniera sufficiente che generalmente hanno l’obiettivo di medio periodo di rientrare nella terra d’origine, e che per molti Paesi di destinazione rappresentano una necessità economica, visto il progressivo aumento dell’età media della popolazione.

Per quanto difficile, penso che le politiche per l’accoglienza non dovrebbero essere materia legislativa per i singoli governi, ma dovrebbero essere inquadrate in protocolli internazionali, sulla base di quanto previsto nello statuto delle Nazioni Unite, sufficientemente elastici per essere adeguabili alle singole situazioni dei diversi Paesi di destinazione dei flussi, ma nello stesso tempo abbastanza chiari e rigidi negli obblighi di assistenza, aiuto, ed agevolazione nell’integrazione soprattutto culturale, nonché del rispetto da parte dei migranti dei valori e delle consuetudini dei Paesi ospiti.

Vaste programme avrebbe detto De Gaulle. Ma necessario.

 

* S. Fransen, H. De Haas: Trends and Patterns of Global Refugee Migration; in Population and Development Review, 48(1): 97–128 (march 2022)
** M. Mcauliffe, G. Abel, L. Oucho, A. Sawyer: International migration as a stepladder of opportunity, etc; in: World Migration Report 2022 (M. McAuliffe and A. Triandafyllidou, eds.); International Organization for Migration (IOM), Geneva

 

© Gianluca Sabbadini – The Adam Smith Society

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