Come viene eletto il Presidente degli Stati Uniti? Perché, come è successo nel 2016, non sempre il candidato che prende più voti è quello che vince le elezioni? Chiedendo un po’ in giro mi sono accorto che non tutti sono al corrente del complesso sistema che porta all’investitura di uno dei personaggi più potenti al mondo.

L’elezione del Presidente è indiretta: la Costituzione (Amendment XII) dispone che i cittadini di ogni stato degli Stati Uniti d’America votino (il primo martedì dopo il 1° novembre) per un delegato (Elector) che a sua volta voterà per un “ticket” (Presidente e Vice – Presidente). La Costituzione prevede anche che gli stati abbiano il diritto di stabilire le regole per le elezioni: in alcuni c’è la possibilità di voto anticipato, e molti ammettono il voto per corrispondenza. Gli Electors, che non possono essere dipendenti federali (per nomina o elezione), vengono generalmente indicati dai partiti, o da un congresso locale del partito, o da elezioni primarie. I delegati si impegnano a votare per il ticket per cui sono stati nominati, ma è accaduto che alcuni non rispettassero l’impegno; 29 stati e il District of Columbia hanno leggi per evitare un voto contrario all’impegno assunto, ma tali leggi non sono davvero vincolanti.

Ogni stato ha diritto ad un numero di delegati pari al numero dei suoi rappresentanti al Congresso. Poiché ogni stato ha due senatori, la parte variabile è data dai deputati il cui numero è proporzionale agli abitanti dello stato, ed è deciso a seguito di un censimento che avviene ogni dieci anni. In totale quest’anno saranno eletti 538 Electors, a maggioranza assoluta (winners take all) in 48 stati più Washington, D.C.; nel Maine e in Nebraska il sistema è diverso. I delegati si riuniscono (il lunedì successivo al secondo mercoledì di dicembre) nella capitale del proprio stato per votare il Presidente ed il Vice – Presidente. I certificati di voto vengono poi inviati in busta chiusa ad una serie di autorità, fra le quali il presidente del Senato (carica ricoperta dal Vice – Presidente). Il 6 gennaio, in una riunione congiunta del Congresso, si procede alla lettura dei voti stato per stato in ordine alfabetico: è in questa sede che i membri del Congresso possono contestare il conteggio effettuato da uno stato; l’eventuale riconteggio dei voti avviene nello stesso stato. Il Presidente eletto ed il Vice Presidente eletto (cioè che hanno raccolto almeno la maggioranza assoluta dei voti dei delegati, cioè 270) si insediano il 20 gennaio, dopo il giuramento.

Questo metodo elettorale è stato deciso nel 1787 per garantire in maniera esplicita il carattere federale della nazione, e quindi la necessaria rappresentatività dei singoli stati nel governo centrale. Con gli Electoral Colleges si era garantita una maggiore rappresentanza degli stati più piccoli e meno abitati; inoltre si era anche pensato che una maggiore separazione fra la funzione esecutiva e quella legislativa avrebbe evitato il rischio che accordi sottobanco al Congresso potessero condizionare l’elezione del Presidente, e quindi il suo operato. Ma fin dall’inizio il sistema del Collegio degli Elettori è stato oggetto di numerose critiche e tentativi di modificarlo o abolirlo (negli ultimi due secoli oltre 700 volte). Svariati studiosi, per esempio Darrell M. West, segnalano che i cambiamenti intercorsi dalla fine del XVIII secolo renderebbero necessaria una modifica delle modalità di elezione del ticket presidenziale con un’elezione diretta, anche se alcuni sondaggi dello scorso anno indicano che solo una metà circa degli americani sono favorevoli a un cambiamento, con una netta prevalenza fra gli elettori del Partito Democratico rispetto ai Repubblicani. I critici segnalano varie debolezze dell’attuale modello. Un primo aspetto riguarda la reale rappresentatività degli Electors: poiché il sistema è legato al numero dei rappresentanti al Congresso, e che ogni stato – indipendentemente dalla sua popolazione – ha due senatori, gli stati meno popolati hanno un maggior peso relativo nell’elezione del ticket presidenziale: per esempio un delegato della California rappresenta una popolazione quattro volte più elevata di uno del Wyoming. È chiaro però che un’elezione diretta ridurrebbe in maniera significativa la rappresentatività degli stati meno popolosi e quindi l’importanza del sistema federale, centrale nell’impostazione della Costituzione. Un altro aspetto riguarda il fatto che in linea generale la maggioranza degli stati ha tendenza a mantenere costante la propria preferenza politica. Di conseguenza i partiti non si astengono da pratiche per limitare la facilità del voto a comunità delle quali non hanno la certezza del sostegno, per esempio con l’imposizione di una tassa per votare, di test di lettura, o rendendo difficile la registrazione. La (quasi) certezza del risultato, con esclusione degli “swing states”, disincentiva gli elettori ad esercitare il loro diritto costituzionale, e pertanto l’affluenza ai seggi è di solito contenuta, circa il 50% degli aventi diritto di voto.

Agli occhi di un europeo del continente il metodo dell’elezione diretta e la maggioranza dei voti per un’elezione sono concetti largamente condivisi, ma nel mondo anglosassone? È vero, il mondo è cambiato molto, e la politica conseguentemente (in modo particolare i costi ed il modo di gestire una campagna elettorale), ma in fin dei conti l’attuale sistema americano resiste nel suo impianto da quasi due secoli e mezzo (forse un record mondiale). Ha attraversato crisi interne ed internazionali di ogni genere e tipo, compresa una guerra civile, ma in sostanza ha sempre garantito la democrazia e la libertà dei cittadini. E ciò in un mondo dove sono 14 anni di fila che è maggiore il numero dei Paesi nei quali gli abitanti hanno visto deteriorarsi i loro diritti e le loro libertà rispetto agli abitanti dei Paesi che li hanno visti migliorati (2019/2018: 64 Paesi vs. 37 Paesi).

L’esito della prossima consultazione è molto incerto, nonostante i sondaggi siano largamente favorevoli al ticket democratico. È probabile che in caso di sconfitta o di contestazioni dei risultati, i Democratici aumentino la pressione per una modifica del sistema in chiave di elezione diretta del ticket presidenziale.

Cambiare radicalmente caposaldi storici, tanto più le fondamenta del processo democratico, è un esercizio le cui ricadute nel medio termine sono difficili da prevedere. Il rischio è che una modifica della Costituzione su un principio così radicato, oltre che complessa, potrebbe risultare molto divisiva nella società e aumentarne la polarizzazione. Ne varrebbe davvero la pena?

Condividi articolo:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su