All’inizio di un nuovo anno si sprecano fiumi di inchiostro per stilare previsioni di ogni genere. Scenari più o meno ragionevoli si basano su “fotografie” della situazione attuale, cercando di prevederne la dinamica ed i relativi impatti. Si elaborano ipotesi, soprattutto relative all’economia ed ai mercati finanziari, utilizzando sofisticati modelli statistici, ma raramente queste sono confermate; tanto più è improbabile che lo siano quest’anno. È ovvio che qualsiasi ipotesi non possa prescindere dall’andamento del virus. E questo andamento è sconosciuto: le numerose varianti più contagiose che stanno comparendo un po’ dovunque, le difficoltà produttive e logistiche per la somministrazione dei vaccini, l’efficacia degli stessi a medio termine e nei confronti delle mutazioni del virus sono tutte variabili indipendenti non prevedibili che mettono in discussione qualsiasi modello predittivo. Alzando lo sguardo, si può solo cercare di identificare qualche sfida che dovremo affrontare una volta che la nebbia si sarà alzata. I cambiamenti forzati nei comportamenti della gente, dal modo di lavorare e studiare all’utilizzo del tempo libero non spariranno, e porteranno a modifiche strutturali in molti campi: per esempio i trasporti, il turismo, la fruizione delle manifestazioni artistiche, l’organizzazione urbanistica. Inoltre, e più in generale, affrontare il cambiamento climatico e organizzare meglio l’assistenza sanitaria e risposte più efficaci per l’insorgere delle epidemie non sarà più rinviabile. Non si tratterà di una evoluzione relativamente lenta come in passato, legata in particolare agli sviluppi tecnologici (elettricità, mezzi di trasporto, …). Ci aspetta una vera rivoluzione per far fronte alla quale si richiederanno sforzi enormi di tecnici e decisori non solo esperti, ma anche dotati di fantasia e elasticità mentale; accadrà ovunque nel mondo, mettendo sotto ulteriore stress le aree geografiche meno fortunate. Ed è per questo che alcune tendenze, che già cominciavano ad evidenziarsi negli ultimi scorci del passato decennio, legate alle distorsioni di un modello di sviluppo esasperato, risultano quanto mai preoccupanti in una prospettiva quale quella più sopra ricordata.

Per oltre due decenni – alla fine dello scorso secolo – la libera circolazione di merci e capitali e le altre misure elencate  nel cosiddetto “Washington consensus” sono state la cifra dello sviluppo economico, anche se a volte semplificate, esasperate, e distorte da parte di fondamentalisti del neo-liberalismo. Anche a seguito delle conseguenze negative di alcuni eccessi legati alla delocalizzazione delle imprese, e ad un’applicazione selettiva delle regole del WTO da parte di alcune nazioni asiatiche, a partire dal nuovo millennio ha cominciato a manifestarsi la tendenza ad un ritorno di una politica industriale aggressiva, cioè di un maggior intervento statale nell’economia. L’internazionalizzazione delle supply chains ha evidenziato alcuni limiti di fronte a disastri esogeni, inducendo preoccupazioni a livello geo-strategico. La libera circolazione dei capitali ha portato ad acquisizione di partecipazioni importanti da parte di attori esteri in aziende considerate strategiche: da qui nuove legislazioni per limitarne la possibilità. Tutto ciò, unito ad un grave rilassamento nell’applicazione delle norme anti-trust, ha limitato la concorrenza.

È un fatto che l’accelerazione nella comprensione dei risvolti negativi del Washington Consensus, la voglia dei governanti di trovare soluzioni radicali in tempi rapidi, unita agli effetti della pandemia, sta portando ad un aumento delle politiche protezionistiche un po’ ovunque: Macron ha dichiarato all’inizio della pandemia che la Francia “… deve riprendere il controllo (…) costruire una Francia ed un’Europa sovrana…”; fra i tanti ordini esecutivi firmati da Biden nella prima settimana di presidenza vi è anche quello che impone a tutte le agenzie federali di “comprare americano”, l’UE sta valutando di controllare l’esportazione di vaccini prodotti al suo interno. Il manifestarsi di tendenze protezionistiche comporta anche il rischio di rendere sempre più accettabile la sua degenerazione, il sovranismo, largamente sostenuto in molti, troppi Paesi. Anche in quelli con tradizioni e storia che mai l’avrebbero fatto presupporre (Brexit, MAGA – Make America Great Again).

L’intervento statale può essere positivo: per esempio, i governi hanno la possibilità di finanziare ricerca teorica che porterà innovazioni tecnologiche solo nel lungo periodo, e solo lo Stato può avere i mezzi per creare strutture educative che promuovano la preparazione scientifica e più in generale quella in tutte le arti liberali. Ma un ritorno al protezionismo sarebbe deleterio, come molte esperienze del passato hanno dimostrato. L’esperienza, anche recente, ha insegnato che la differenziazione geografica delle supply chains private, malgrado temporanei blocchi dovuti a causa di forza maggiore, hanno in breve tempo comunque garantito la disponibilità dei beni. I flussi di capitali internazionali hanno aiutato la crescita di nuove imprese in nuovi settori. Il controllo pubblico delle imprese per salvaguardare posti di lavoro si è dimostrata una costosa illusione. Imporre tariffe per salvaguardare aziende domestiche crea pochi nuovi posti di lavoro ad un costo elevato, e protegge quelli in aziende non necessariamente più efficienti*. Comperare beni prodotti localmente non è economico, e per quelli acquistati dalle pubbliche amministrazioni comporta un aumento dei costi per i contribuenti.

Se la rivoluzione che ci aspetta in questo decennio sarà ampia come penso, la fluidità nella circolazione delle idee, delle merci, dei capitali sarà la base del suo successo. Così come una collaborazione costruttiva fra il pubblico e il privato, fra le diverse aree geografiche, fra i diversi Paesi. Il protezionismo e – peggio – il sovranismo sono ostacoli che vanno rimossi al più presto per evitare l’aborto di un’occasione straordinaria per rilanciare uno sviluppo che terrà conto degli errori commessi nel recente passato.

*Shannon K. O’Neil: Protection without protectionism, in Foreign Affairs, vol. 100, N° 1, 2021

Condividi articolo:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su