Ex o Vice?

Nell’anno in cui circa la metà della popolazione mondiale è stata chiamata alle urne, sicuramente le elezioni che hanno una maggior rilevanza per il mondo intero sono quelle che si terranno negli Stati Uniti il prossimo 5 novembre – anche se il voto in parecchi stati della federazione è cominciato già a settembre. Tale rilevanza deriva anche da un fatto che spesso si dimentica, e cioè che – oltre al Ticket Presidenziale – gli Americani voteranno anche per rinnovare la Camera dei Rappresentanti (435 seggi), oltre ad eleggere 33 senatori (ed in 10 stati si voterà anche per introdurre il diritto di aborto nella Costituzione dello stato). Il rinnovo del Congresso avrà un significato particolarmente importante per determinare quale sarà il vero potere del nuovo Presidente nell’implementazione del suo programma, posto che alcune materie sono di pertinenza del potere legislativo.

L’elezione presidenziale americana non si basa, come negli altri Paesi, sul numero totale dei voti raccolti da ciascun candidato, e quindi può vincere anche chi ha ricevuto meno voti complessivi del suo avversario. La Costituzione americana dispone infatti che i cittadini di ogni stato della Federazione votino per un delegato (Elector) che a sua volta voterà per un “ticket” (Presidente e Vice – Presidente). Ogni stato ha diritto ad un numero di delegati pari al numero dei suoi rappresentanti al Congresso. Poiché ogni stato elegge due senatori, la parte variabile è data dai deputati, il cui numero è proporzionale agli abitanti dello stato. In totale quest’anno saranno eletti, a maggioranza assoluta quasi ovunque (winners take all), 538 Electors; per essere eletto, il ticket presidenziale deve raccogliere almeno 270 voti dei delegati. Questo metodo elettorale è stato deciso nel 1787 per garantire in maniera esplicita il carattere federale della nazione, e quindi la necessaria rappresentatività dei singoli stati nel governo centrale.

È un unicum che i due candidati principali siano una Vice – Presidente in carica, arrivata alla campagna elettorale all’ultimo momento, ed un ex Presidente che aveva contestato la sua mancata rielezione alla fine del primo mandato e non si era opposto all’occupazione del Congresso da parte dei suoi sostenitori il giorno della proclamazione ufficiale del Presidente ora in carica.

Si sa che i programmi dei candidati durante le campagne elettorali sono spesso superficiali libri dei sogni a carattere populista (es.: la proposta di eliminare le tasse sulle mance, che non avrebbe alcun effetto sostanziale visto che il reddito dei percettori è assai frequentemente inferiore al minimo tassabile). Mantenere poi la propria parola è un esercizio ancora più arduo, in quanto molti provvedimenti promessi dipenderanno dalle maggioranze nel Congresso e dalle congiunture economiche e politiche in costante evoluzione, oltre agli effetti dei “cigni neri” purtroppo sempre più frequenti.

Le visioni di politica estera di K. Harris e di D. Trump sembrano agli antipodi: se, relativamente al conflitto in Ucraina la candidata democratica ha ribadito la linea in essere di un sostegno incondizionato (ma, da notare, con varie viscosità e ritardi all’atto pratico), il candidato repubblicano, noto per l’amicizia con il dittatore russo, oltre a sostenere che sarebbe in grado di far terminare il conflitto in tempi stretti, ha affermato che se eletto non approverebbe nuovi aiuti al Paese invaso. Per quanto riguarda la NATO Harris sostiene un appoggio incondizionato all’alleanza – in linea con l’operato dell’attuale Amministrazione – mentre Trump è per una riduzione dell’impegno americano sia sotto l’aspetto strategico (è contrario per esempio alla clausola del reciproco impegno alla difesa di un Paese dell’associazione se attaccato), sia sotto il profilo economico. Relativamente al Medio Oriente Harris è in linea con l’attuale strategia, anche se con qualche reticenza (per la rilevanza della comunità araba in alcuni Stati particolarmente in bilico), mentre Trump sembra appoggiare incondizionatamente l’operato del primo ministro israeliano.

Sotto il profilo economico, la candidata del Partito Democratico focalizza il suo piano su un’elevata ridistribuzione dei redditi (aumento permanente dei crediti fiscali per le famiglie con figli e per i lavoratori senza figli a carico; aumento dei crediti fiscali per gli acquirenti di una prima casa; riduzione dei prezzi dei medicinali, …) finanziato con un aumento dell’imposizione fiscale sulle persone fisiche con maggiori redditi e sulle imprese (impatto stimato di 4.250 mld $ su 10 anni). Il risultato sarebbe una riduzione del PIL del 2% con una perdita di circa 786.000 posti di lavoro permanenti, anche perché gli aumenti delle tasse, portando gli USA ai livelli più elevati di tutti i Paesi dell’OCSE, renderebbero meno competitivo il sistema economico americano.

Per quanto riguarda il candidato del Partito Repubblicano, i principali provvedimenti annunciati (stretta sull’immigrazione sia legale che illegale, inclusa una massiccia deportazione di lavoratori non in regola applicando una legge del 1798; l’imposizione di dazi minimi su tutte le importazioni dalla Cina del 60% e del 10%, e uguali se più alti, a quelli applicati sui prodotti americani da altri Paesi; la riduzione dell’autonomia della FED, e mettere sotto il proprio diretto controllo altre agenzie federali, quali la Federal Trade Commission) potrebbero avere effetti davvero preoccupanti. Potrebbero infatti causare una riduzione nella produzione e nell’occupazione – soprattutto nei settori più esposti al commercio internazionale, quali quelli manufatturiero ed agricolo – uniti ad una ripresa dell’inflazione. La riduzione dell’indipendenza della Banca Centrale permetterebbe al Presidente di fare pressioni per fissare i tassi di interesse ad un livello inferiore di quello opportuno, con lo scopo di stimolare la crescita economica, ma con l’implicazione di un probabile aumento dell’inflazione e di una possibile fuoriuscita di capitali.

19 “High” scenario: Deportation of 8.3 million unauthorized immigrant workers, additional 60 percentage point increase in US tariffs on Chinese goods with retaliation by China, additional 10 percentage point increase in US tariffs on imports from all other trading partners with retaliation by all of them, and erosion of Fed independence.

20 “Low” scenario: Same tariffs imposed but trading partners do not retaliate, deportation of 1.3 million unauthorized workers, and erosion of Fed independence 

 

Con un deficit pubblico attualmente pari al 7,2% del PIL, è opportuno notare che i piani di Harris e di Trump potrebbero farlo aumentare rispettivamente di $ 8.100 mld e di $ 15.150 mld nel prossimo decennio.

Nei mesi passati sono stati fatti innumerevoli sondaggi per cercare di prevedere il possibile risultato, e molto risalto sui mezzi d’informazione è stato dato alle medie nazionali delle ricerche locali, dai quali non emerge un chiaro, probabile vincitore. Oltre all’influenza delle campagne di disinformazione – più frequenti mano a mano che si avvicina la data delle elezioni – ed all’aumento degli sforzi di potenze estere di influenzare le elezioni anche con l’uso dell’AI, la cautela con cui valutare l’attendibilità delle ricerche dipende anche da due aspetti. Il primo riguarda le metodologie applicate, che non sono omogenee fra le diverse società di ricerca in quanto il campione intervistato varia (es.: per dimensione, per composizione di età, genere, etnia, livello di benessere e di istruzione, inclinazione ideologica, autopercezione del proprio status, … nonché per i pesi che vengono dati ai singoli fattori nell’elaborazione del sondaggio) per cui una media di sondaggi con queste differenze ha un margine di errore non indifferente, e può al massimo dare un’idea di come cambia nel tempo la percezione degli elettori nei confronti dei candidati in funzione di particolari accadimenti (es.: un dibattito televisivo); inoltre nessun sondaggio valuta le intenzioni di voto dei circa 4.5 mln di americani residenti all’estero. Il secondo motivo è legato al più sopra ricordato metodo di elezione del Presidente.

Il quadro è particolarmente preoccupante anche per il livello di polarizzazione dei due campi, che aumenta la possibilità di azioni violente da parte di fanatici, e delle minacce, delle violenze e delle cause legali ai funzionari che dovranno vigilare sul corretto svolgimento delle elezioni e degli scrutini (con molti di loro che stanno abbandonando il loro ruolo a tassi ben più elevati che nelle elezioni precedenti). L’elevata polarizzazione rende anche probabile (soprattutto nel caso di una vittoria democratica, o non netta di uno dei due candidati) la contestazione dei risultati, con interminabili riconteggi e cause legali – oltre 100 già in essere su alcuni principi legati alle modalità di voto – per cui sarà difficile sapere da chi sarà guidata la prossima amministrazione americana in tempi contenuti. Quest’incertezza è di grande importanza non solo per i cittadini americani, ma anche per il resto del mondo, dove soprattutto l’evoluzione dei due conflitti è molto condizionata da questo esito, particolarmente se il Senato e la Camera dei Rappresentanti dovessero diventare controllate dallo stesso partito del presidente eletto.

Alla vigilia, l’incertezza – almeno come segnalata dagli organi di stampa e dai sondaggi – sembra massima, con i due candidati separati da pochissimi punti percentuali nelle intenzioni di voto. Farsi un’idea su queste elezioni da oltre oceano è un esercizio ambizioso, e nella migliore delle ipotesi qualsiasi pronostico sarebbe come minimo azzardato. Da quel che mi sembra di aver capito nessuno dei candidati (due politici, nessuno uno statista) mi pare essere un leader capace di far fronte alle sfide che lo/la attendono per salvaguardare i principi di libertà, democrazia e mercati aperti e concorrenziali, sia livello locale che internazionale.

Il mio dubbio principale riguarda le conseguenze di questa tornata elettorale per un’Unione Europea in crisi identitaria ed economica, che rischia – in assenza di una presa di coscienza collettiva e della interiorizzazione della visione strategica illustrata nel Rapporto Draghi – di diventare sempre più ininfluente sia a livello economico che geopolitico.

E temo che non potremo più contare sull’aiuto degli USA.

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