Pochi commenti sui media approfondiscono un fenomeno sempre più comune ed in crescita: il Capitalismo di Stato (CdS), che si può definire come … l’influenza diretta del governo sulle relazioni economiche in un’economia capitalista […] tramite l’assunzione di un ruolo attivo come agente economico ed influenzando le aziende ed i mercati tramite una serie di atti formali […] e meccanismi informali di condizionamento*.

Consiste nell’acquisizione della proprietà – anche parziale – di aziende di tipo capitalistico e nella loro gestione da parte di uno Stato, e nell’influenza che lo stesso esercita sull’attività di agenti economici privati. Il CdS, presente in tutto il mondo e con attività che a volte oltrepassano i confini nazionali, comprende i fondi sovrani (Sovereign Wealth Funds, SWF) – delle cui caratteristiche e crescita impetuosa abbiamo dato qualche informazione nel precedente numero di questa newsletter –  ed aziende controllate (o sulle quali viene esercitata una influenza significativa) dai governi, centrali o locali (State Owned Enterprises, SOE).

L’importanza di queste imprese è evidenziata in un rapporto del FMI**: nel 2018 la quota degli assets delle SOE fra le 2000 maggiori aziende (non finanziarie) del mondo era del 20%, raddoppiata rispetto a dieci anni prima, con un valore complessivo di $ 45.000 mld. Pari a circa il 50% del PIL mondiale del 2018.

Le aziende controllate dallo Stato esistevano anche nell’antichità: nel 119 a.C. il governo della dinastia Han in Cina istituiva un monopolio sul sale, e per venire a mondi e tempi a noi meno remoti basta ricordarci del monopolio veneziano sulle spezie fin dal X secolo, o la Compagnia Olandese delle Indie Orientali nel XVII secolo. L’intervento pubblico nelle attività produttive e commerciali è spesso legato a vasti cambiamenti che intervengono nel panorama economico locale o globale, e pertanto non è costante nella sua portata pur essendo sempre presente in certi settori economici. Si manifesta nel mondo delle imprese in modi diversi: partecipazioni nel capitale sociale totalitarie o di maggioranza, partecipazioni minoritarie, golden shares; o tramite interventi legislativi che incidono sul libero mercato***, agevolazioni fiscali, sussidi, o finanziamenti a tassi agevolati. Da notare che ogni nazione mantiene sempre sotto la propria influenza – più o meno diretta – alcuni settori considerati strategici, come l’industria degli armamenti o degli idrocarburi.

I governi intervengono sul mercato domestico a volte anche per ostacolare posizioni di monopolio od oligopolio, un rischio concreto del sistema capitalistico già evidenziato da Adam Smith. Per le economie emergenti, particolarmente nel Sud Est Asiatico ed in America Latina, l’obiettivo dell’intervento pubblico era originariamente agevolare l’accelerazione dei processi di crescita economica dopo la fine dell’epoca coloniale, particolarmente con massicci investimenti in infrastrutture ed in settori necessari all’ammodernamento dei Paesi stessi (elettricità, idraulica, trasporti, …); oggi è maggiormente rivolto a logiche di mercato o geo-politiche. Un altro motivo dell’intervento pubblico è legato al contrasto a cambiamenti radicali nel panorama economico generale, o degli effetti di gravi crisi esogene che inficiano l’andamento economico e che possono anche creare seri problemi sociali: nel mondo occidentale l’intervento dello Stato nell’economia diventò massiccio dopo la Grande Guerra e la depressione degli anni ’30, con la nazionalizzazione di molte imprese. Il processo opposto – la privatizzazione – interviene quando l’efficienza economica delle aziende detenute viene messa in discussione e l’emersione di nuove crisi rende necessaria la riduzione dell’indebitamento pubblico e delle spese correnti; è quanto accaduto all’inizio degli anni ’80 a seguito dei due shock petroliferi del decennio precedente e la conseguente stagflazione.

Il pendolo ha cominciato di nuovo a muoversi nel senso opposto nei primi anni del nuovo secolo a seguito dei cambiamenti strutturali intervenuti, che hanno compreso – fra gli altri – una nuova divisione internazionale del lavoro, un’accelerata modernizzazione tecnologica  ed i conseguenti cambiamenti intervenuti nella produzione industriale, ed in particolare lo spostamento del centro di gravità economico dal Nord Atlantico alle nazioni che si affacciano sull’Oceano Pacifico. Il movimento ha accelerato a seguito della crisi finanziaria del 2008, che ha visto interventi pubblici per salvare banche ed imprese nelle economie avanzate e l’utilizzo, da parte dei governi, delle aziende domestiche come strumenti di politica economica nelle economie emergenti.

Se l’affermarsi di questa forma di agenti economici ibridi può essere considerato una costante oltreché uno dei motori principali dello sviluppo di molte economie, soprattutto in Asia, il suo ritorno e la sua crescita nelle economie occidentali sembra oggi un fenomeno meno congiunturale e più stabile rispetto al passato. Le recenti crisi hanno evidenziato i limiti delle catene delle forniture, eccessivamente globalizzate e parcellizzate, le necessità legate agli investimenti, anche in ricerca, per lo sviluppo delle nuove tecnologie e per contrastare il cambiamento climatico, ed un quadro geopolitico in evoluzione; tutto ciò fa pensare alla necessità di capitali pazienti, e dunque che il ruolo dello Stato sarà sempre più presente.

I rischi dell’allargamento del Capitalismo di Stato non sono indifferenti: la perdita di incisività del valore della concorrenza, la politicizzazione delle relazioni economiche e l’intensificazione delle tensioni geo – economiche, un’alterazione profonda del level playing field ne sono solo alcuni esempi, e la conseguente emersione di nuove caste di mandarini, di oligarchie, e dello sviluppo di un clientelismo allargato possono favorire processi di affermazione di tendenze sovraniste e di regimi autoritari.

Ma il rischio più elevato è, a mio parere, quello di inficiare in maniera forse irreversibile il sistema liberale: in larga parte del mondo sembra che i principi economici e democratici occidentali non siano più un obiettivo al quale aspirare, e purtroppo alcuni risultati elettorali degli ultimi mesi paiono confermare questo timore

 

 

*M. Wright, G.T. Wood, A. Cuervo – Cazurra, P. Sun, I. Okhmatovskiy, A. Grossman (Eds.): Oxford Handbook of State Capitalism and the Firm; Oxford University Press, Oxford, UK, 2021

**International Monetary Fund: State-Owned Enterprises: The Other Government; Fiscal Monitor, Chapter 3, April 2020

***Per esempio il divieto di cessione di quote azionarie di aziende in settori particolari ad investitori internazionali

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