La copertura mediatica della finanza alternativa, fenomeno in grande sviluppo, si occupa raramente di un suo ramo, il crowdfunding, che invece ha aspetti interessanti ed un potenziale non ancora sfruttato appieno. La raccolta di fondi presso il pubblico ha radici antiche: fin dal Medioevo, i movimenti religiosi, gli ospedali, le università si avvalevano di oboli e donazioni per le loro attività; oggi non viene utilizzata solo per il finanziamento di associazioni benefiche o di ricerca, o per affrontare situazioni di emergenza, ma è un’attività svolta tramite piattaforme internet per una pluralità di scopi: dal sostegno ad uno scrittore per un suo nuovo sforzo letterario, al microcredito; dal finanziamento di un documentarista free – lance per un nuovo viaggio, al lancio di un nuovo prodotto da parte di aziende di piccole – medie dimensioni; dalla raccolta di capitale di rischio per un rafforzamento patrimoniale o la promozione di una nuova attività imprenditoriale (il cd. equity crowdfunding, di cui ci occupiamo qui), all’indebitamento. Nell’ultimo decennio il crowdfunding ha avuto uno sviluppo importante, soprattutto nel mondo anglosassone; certo, è ancora un settore abbastanza di nicchia, ed i suoi volumi non sono certo comparabili a quelli delle borse valori o di altri intermediari finanziari quali i fondi di private equity, le società di venture capital (VC) o i business angels (BA).

Compito delle piattaforme è selezionare le aziende da proporre al pubblico; per questo scopo, indipendentemente dall’obiettivo della raccolta dei fondi, oltreché come obbligo legale in molti Paesi, a tutela degli investitori potenziali devono compiere una due diligence sulle società che cercano di raccogliere capitali suo tramite. È un esercizio complesso da svolgere in maniera soddisfacente ed economicamente sostenibile su imprese appartenenti a settori molto diversi, dove l’asimmetria delle informazioni disponibili è elevata. Generalmente si affidano all’analisi di alcuni “segnali”: il prodotto (es.: esistenza di brevetti, accordi di vendita), il mercato di riferimento (es.: utilità del prodotto, barriere all’entrata), gli imprenditori (es.: livello culturale, esperienze passate), le caratteristiche finanziarie (es.: ritorno previsto sull’investimento, facilità di disinvestimento), oltre ad indicatori più generali quali la presenza nel capitale di fondi private equity o di società di VC. La qualità dell’analisi, pur se meno approfondita di quella svolta dagli investitori istituzionali, è fondamentale per creare fiducia nelle piattaforme, la cui redditività è legata frequentemente al successo delle campagne, e scegliere candidati sbagliati può comportare anche gravi rischi reputazionali; non è quindi un caso che accettino in media solo il 10% delle richieste.

La raccolta di capitale di rischio da parte di un imprenditore, soprattutto nei primi anni, può essere un processo difficile e costoso in termini di tempo, risorse e sforzi per trovare il canale giusto; per alcuni, anche per motivi geografici o legati al settore nel quale operano, il ricorso al crowdfunding può essere l’unica alternativa, per altri invece è una scelta strategica. Infatti, i BA e le società di venture capital sono molto selettivi, non è semplice avvicinarli, ed effettuano percorsi di due diligence molto approfonditi ed invasivi. Se il loro intervento ha il vantaggio di offrire – oltre ai capitali – anche esperienza di management e contatti utili per il reperimento degli inputs produttivi e per lo sviluppo del mercato, per contro i contratti di partecipazione prevedono frequentemente clausole di controllo invasive, ed a volte anche il diritto di estromettere gli imprenditori parecchio tempo prima di una cessione o di una quotazione in borsa dell’impresa. Comprensibile che l’investitore cerchi di salvaguardare i suoi capitali, ma per l’imprenditore queste clausole possono essere assai punitive. Ciò non accade con una raccolta di capitali parcellizzata fra una pluralità di investitori, generalmente poco esperti, che accettano senza problemi eventuali limitazioni di voto alle loro azioni, e che inoltre possono fornire dati importanti sul mercato potenziale di nuovi prodotti e diventare probabili clienti. Per alcune imprese, il ricorso al crowdfunding è stato un intervento di secondo tempo, in una fase di crescita, dopo aver avuto già accesso al VC nella fase iniziale, e ciò conferma che questa alternativa è uno strumento di finanziamento in più a disposizione del mercato.

Poter partecipare ad una nuova iniziativa, mettendo a frutto il proprio risparmio, anche solo con un modesto impegno finanziario (a volte dell’ordine di pochi euro), in maniera semplice (pochi click sul computer), dando il proprio sostegno ad un’idea, un servizio od un prodotto, o contrattualizzando l’aiuto che si vuole dare ad un amico od a un parente, sono gli stimoli principali per un piccolo investitore. Partecipare ad una raccolta di fondi online presenta numerosi rischi (es.: il fallimento del progetto o della piattaforma di crowdfunding, l’illiquidità dell’investimento, …), ma la possibilità di frodi è limitata dai regolamenti, emanati dalle varie autorità di controllo nella seconda metà dell’ultimo decennio un po’ ovunque per facilitare la nascita di nuove imprese.

Il grande sviluppo della finanza alternativa, facilitata dal successo dei social networks e dai progressi intervenuti nella tecnologia, è un fenomeno importante che sta mutando molti aspetti del mercato finanziario, rendendolo più elastico e più aperto ad un pubblico più vasto. Il ricorso a piattaforme di crowdfunding può anche permettere di trovare finanza a categorie, come i giovani, le minoranze etniche o i cittadini di recente ingresso in un Paese, che potrebbero trovare difficoltà ad accedere alle forme più tradizionali, facilitando lo sviluppo dell’iniziativa privata. Entrare a far parte di una comunità alla quale partecipano sovente anche investitori istituzionali, è un atout per chi in genere non ha la preparazione o il tempo da dedicare ad un accurato approfondimento del progetto e dei suoi ideatori, trovando uno spazio per investimenti altrimenti al di fuori della propria portata finanziaria. Siamo forse di fronte ad una svolta anarchica, come ipotizza Catherine Malabou: “… come descrivere altrimenti fenomeni quali […] l’obsolescenza del ruolo di mediazione delle banche e della decentralizzazione degli scambi e delle transazioni…” ?

 

 

* Jumpstart Our Business Startups Act, firmato dal Presidente B. Obama nell’aprile 2012

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