L’assalto al Congresso americano. L’insediamento di J. Biden alla Casa Bianca. Il ritorno in Russia del dissidente Naval’nyj. Il colpo di stato in Myanmar. Lo short squeeze di GameStop Inc. e la stratosferica performance delle criptovalute. Queste sono state le notizie che hanno tenuto banco sui media nei primi due mesi dell’anno. Ma Brexit non è stata considerata dai giornali un avvenimento degno delle prime pagine, forse perché scontato: anche non si fosse trovato un accordo, il Regno Unito avrebbe comunque abbandonato l’Unione Europea. Eppure, le implicazioni di medio periodo dell’uscita della più antica democrazia del mondo dal suo bacino geografico avrebbero meritato maggiori approfondimenti.

I rapporti fra l’Unione Europea e la Gran Bretagna sono stati regolati dal Trade and Cooperation Agreement (TCA), un documento di oltre 1300 pagine approvato alla vigilia di Natale dello scorso anno. Vi sono alcuni aspetti, sotto il profilo economico, che potranno creare frizioni in futuro: le “regole di origine” e la “concorrenza leale” (level playing field). Il primo prevede limiti nella proporzione minima di valore aggiunto locale che deve essere incluso nei prodotti assemblati con componenti estere. Questa norma potrà essere gravosa soprattutto per le aziende di piccola – media dimensione britanniche, che saranno costrette a cercare un maggior numero di produttori locali per i loro componenti, probabilmente più costosi, o dovranno delocalizzare i propri impianti. Già a febbraio i problemi legati alla catena di approvvigionamento hanno contribuito a ridurre l’attività produttiva delle aziende al livello più basso degli ultimi nove mesi. I dati ufficiali sul commercio di gennaio verranno pubblicati solo a metà marzo, ma è stato calcolato che a fine febbraio i casi di contestazione legati alle regole di origine siano già oltre 200. È inoltre possibile che le regole di origine abbiano un impatto devastante per le imprese di logistica e distribuzione. Da notare, però, che manca un accordo di riconoscimento reciproco e automatico delle procedure di controllo e certificazione.

Il level playing field è stato uno dei punti più controversi durante la trattativa, ed inevitabilmente si presta ad interpretazioni difficili. In sostanza è l’impegno che non vengano concessi aiuti statali alle imprese, né siano alterati gli standard sul regime fiscale, sulla normativa ambientale e sui diritti dei lavoratori in modo da rendere le proprie aziende più competitive rispetto alla reciproca concorrenza. Se una delle due parti reputa che l’altra abbia violato l’accordo di concorrenza leale potrebbe imporre misure per riequilibrare la situazione, purché siano rispettati alcuni criteri, ma tale decisione sarebbe comunque soggetta alla valutazione di un arbitro indipendente. Infine, le norme che regoleranno l’importante settore dei servizi (ca. il 60% del PIL britannico), con particolare attenzione sul settore bancario e finanziario, dovranno essere meglio specificate nei prossimi mesi.

Sotto il profilo della politica domestica sembrerebbe che le incertezze economiche legate a Brexit stiano rinvigorendo le tendenze secessioniste, soprattutto in Scozia. Anche in Galles, seppur con un appoggio popolare di intensità non comparabile con quello scozzese, le tendenze devoluzioniste stanno aumentando, e nell’Irlanda del Nord il dibattito su una riunione coi vicini del sud sta trovando sempre maggior interesse, soprattutto fra le nuove generazioni.

Per quanto riguarda la politica estera*, lo UK vedrà probabilmente ridimensionato il suo status di protagonista. Lo scenario internazionale è di fatto un terreno i cui protagonisti sono Stati Uniti, Cina ed UE, e difficilmente una potenza di medio livello potrà avere un ruolo determinante nella gestione degli equilibri internazionali e delle eventuali crisi. Sarà anche probabilmente più difficile per il Regno Unito ottenere condizioni favorevoli nelle trattative commerciali bilaterali auspicate al momento del referendum. E questo in considerazione del fatto che è ormai una tendenza generale quella di creare ampie zone di libero scambio come, per esempio, la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) nel Sud – Est Asiatico, approvata a novembre dello scorso anno, o l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA), firmato all’inizio di gennaio. A livello geopolitico, Brexit rappresenta un vulnus non secondario per l’Unione Europea, essendo la politica estera un campo largamente lasciato nelle responsabilità dei Paesi membri. Il ruolo di mediazione della Gran Bretagna con la competenza del Foreign Office e la sua esperienza nell’applicazione dell’hard e soft power, dovuta alla sua tradizione ed al suo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e di potenza nucleare, sarà difficilmente sostituibile. Tanto più se si considera che dall’autunno prossimo verrà a mancare la funzione di indirizzo e leadership di Angela Merkel.

È troppo presto per poter valutare le reali conseguenze economiche, commerciali e politiche di Brexit nel medio periodo. L’unica certezza è che il Regno Unito è oggi fuori dal mercato unico europeo, e gli accordi previsti dal TCA sono per i britannici generalmente meno favorevoli di quelli che l’Unione Europea ha con altri Paesi europei (Norvegia, Svizzera), e addirittura – per certi aspetti – con la Turchia. Una situazione paradossale, visti gli sforzi compiuti negli ultimi 60 anni per evitare di essere economicamente svantaggiata in Europa. Cioè da quando la Gran Bretagna promosse nel 1960 l’accordo EFTA con altre sei nazioni europee per avere condizioni meno sfavorevoli nel commercio con la CEE.

L’Europa è a un punto cruciale per il suo futuro: i provvedimenti adottati fin dall’inizio della pandemia, innovativi e impensabili fino all’inizio della crisi, hanno segnato una svolta probabilmente irreversibile, che forse non sarebbe stata possibile senza Brexit. Peccato che la culla del liberalismo e del libero scambio non sia fra i protagonisti di questa svolta.

 

*Per approfondire: Christopher Hill, The Future of British Foreign Policy, Cambridge, 2019

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