Nella babele dell’intrattenimento lo sport ha sempre fatto la parte del leone. Si potrebbe dire che l’interesse per questa attività, non solo da parte di chi la pratica, sia una caratteristica generale che a vari livelli coinvolge da sempre il mondo intero. È difficile trovare una spiegazione per un fenomeno così universale, probabilmente l’unico che prescinde da caratteristiche di genere, cultura, ricchezza, nazionalità. Siamo animali evoluti, e forse ci sono aspetti iscritti nel nostro DNA che lo spiegano: la competizione (per la sopravvivenza) e l’ammirazione (sottomissione) per il vincitore. E magari l’appartenenza ad un clan o ad una tribù (la squadra del cuore, o gli atleti del proprio Paese), così come la creazione di idoli, fanno anch’esse parte integrante della nostra evoluzione.
È provato che svolgere attività sportiva causa reazioni fisiologiche benefiche anche per lo stato mentale. Meno chiara è la motivazione per lo spettatore: la ricerca accademica si è concentrata sull’impatto della partecipazione a eventi sportivi su concetti non propriamente scientifici come la felicità o il benessere soggettivo, considerando in particolare la differenza fra la presenza dal vivo o tramite l’utilizzo dei media. Da notare che negli ultimi anni sta prendendo piede un nuovo fenomeno dell’intrattenimento sportivo: gli esports. È diverso da quello tradizionale, per una diversa fruibilità degli eventi ed un maggiore coinvolgimento degli spettatori con gli atleti protagonisti. Gode di una crescita impressionante degli investimenti privati e dell’audience, in particolare da parte delle ultimissime generazioni. E non è certo per caso che il CIO abbia organizzato le Olympic Virtual Series che si svolgeranno poco prima dell’inizio dei Giochi di Tokyo.
In generale, le motivazioni* che guidano gli spettatori hanno un grande rilievo economico, considerate la frequenza e la capillarità della programmazione di eventi sportivi, ed in particolar modo di quelli maggiori come i Giochi Olimpici. I primi Giochi dell’era moderna, nel 1896 ad Atene, hanno visto partecipare 14 nazioni; soprattutto a partire dagli anni ’80 del secolo scorso queste manifestazioni si sono caratterizzate per una dimensione crescente: le ultime, tenutesi a Rio de Janeiro nel 2016, ne hanno ospitato 207. L’aumentato numero di Paesi che ha presentato la propria candidatura ha permesso al Comitato Olimpico Internazionale di scegliere le città con i progetti più ambiziosi e costosi, i cui budgets non sono però mai stati rispettati:

L’ambizione a partecipare è giustificata sotto un profilo economico? In realtà no: solo Los Angeles (1984) e Barcellona (1992) hanno avuto un ritorno positivo dall’ospitare i Giochi, dato che sono riuscite a contenere gli investimenti in infrastrutture. Le motivazioni economiche che portano una città a candidarsi quale organizzatore riguardano soprattutto le aspettative per l’impatto sul turismo, particolarmente nelle aree di sviluppo recente, e per la creazione di posti di lavoro legati ai grandi investimenti necessari per l’ammodernamento delle infrastrutture, o per la costruzione di nuove. Tuttavia, nel medio periodo, se per il turismo si può prevedere che la notorietà diffusa dall’evento possa mantenere i suoi effetti, per l’aumento del tasso di occupazione legato ai lavori sulle infrastrutture il risultato è diverso, in quanto – terminati i progetti – resteranno solo pochi lavori di manutenzione, poco remunerativi. Complessivamente, l’impatto sulla crescita economica è trascurabile a livello nazionale, mentre a livello locale è moderatamente positivo – su una base di PIL pro capite regionale nei confronti di quello nazionale – per i Giochi Estivi (dalla data dell’annuncio fino a 3-5 anni dopo la conclusione), ma addirittura parzialmente negativo per i Giochi Invernali.
Altre ragioni per la quale organizzare le Olimpiadi sono legate a fattori difficilmente quantificabili, quali l’orgoglio nazionale, il prestigio che ospitarle comporta o – per i Paesi di recente sviluppo – l’aumento della notorietà. Nei regimi autoritari ha anche lo scopo di dimostrare all’interno ed all’estero la propria forza economica e politica, con organizzazioni faraoniche delle quali beneficiano soprattutto le oligarchie locali, che in tal modo il regime lega ancor più a sé. Le Olimpiadi di Berlino del 1936 e quelle invernali di Sochi del 2014 sono un buon esempio di questo aspetto. Da notare, però, che a volte, questi sforzi di soft power inducono reazioni controproducenti, quali il boicottaggio, come è successo nel 1980 per i Giochi Estivi di Mosca, e come da più parti si richiede per i Giochi Invernali in Cina del prossimo anno.
Le Olimpiadi, particolarmente quelle estive, hanno sicuramente un enorme audience: quelle di Pechino sono state viste da 4.7 mld di spettatori, quelle di Rio de Janeiro da 3.6 mld. Il successo di pubblico sembra inattaccabile, ma che l’attuale format sia diventato obsoleto è più di un dubbio. È basato su una costosa competizione fra nazioni sempre meno gradita dagli abitanti delle città candidate, ha costi incredibili, bilanci finali sempre molto deficitari, ed i benefici economici di lungo termine per i Paesi ospitanti sono molto discutibili.
Sembra necessario quindi ripensare le modalità di svolgimento di queste manifestazioni. Da più parti si suggerisce di selezionare poche località, già dotate di strutture ed infrastrutture adatte, quali sedi permanenti a rotazione per i Giochi Olimpici. Ridimensionare i festeggiamenti e le manifestazioni ancillari alle gare dovrebbe essere una priorità comunque, per riportare questi eventi ad una dimensione più sostenibile.
Mantenendo il piacere di sentirci sportivi anche solo stando seduti in poltrona.

P.S.: Effetto Covid: si terranno le prossime Olimpiadi a Tokyo? Come potrebbero essere? O dovrebbero essere cancellate?

 

*Arthur A. Raney: Why We Watch and Enjoy Mediated Sports, in: Handbook of Sports and Media, Routledge, London 2006

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