Distruggere le statue è un’attività vecchia forse come le statue stesse. Sono state trovate statue di re Assiri (risalenti al 2700 a.C.) con iscrizioni che auguravano ogni male a coloro che le avessero distrutte. Elevate per glorificare un personaggio che spesso ha avuto le mani sporche di sangue, vengono abbattute appena lo stesso decade. E’ un atto di ribellione per cancellare la richiesta di immortalità sua, del suo regime o degli ideali da lui rappresentati.

Ma non sono certo che questo fenomeno dilagato di recente, soprattutto nel mondo anglosassone, sia giustificato. Distruggere l’effige di un tiranno dopo che è stato deposto è molto diverso da quanto sta accadendo ora. Alcune delle statue distrutte, o di quelle per le quali – più urbanamente – se ne chiede la rimozione, si riferiscono a personaggi storici, non certo dittatori della nostra epoca. Mi riferisco per esempio ai monumenti di Cristoforo Colombo (per i Nativi Americani è stato colpevole di aver scoperto il Nuovo Mondo, mettendo così le basi al massacro dei loro antenati); di Abraham Lincoln nell’Emancipation Memorial di Washington (perché la persona afroamericana che è con il Presidente appare in atteggiamento sottomesso); di Cecil Rhodes (in quanto simbolo dell’imperialismo e del razzismo). Mi sembra che una rilettura del passato con gli occhi attuali, senza tener conto del contesto in cui questi personaggi hanno operato, sia solo una delle nuove manifestazioni della cancel culture: Colombo non poteva prevedere il futuro; Lincoln ha abolito la schiavitù e interpretare una raffigurazione vecchia di 150 anni con le sensibilità attuali mi pare forzato; Rhodes non è stato l’artefice della politica coloniale dell’epoca vittoriana.

Mi sorge il dubbio che la causa di questa furia iconoclastica sia forse da ricercare in un allargamento della “correttezza politica”, finora limitata al linguaggio, ad altri ambiti. Ma cos’è la Political Correctness? L’origine del termine sembra risalire al vocabolario marxista – leninista all’indomani della Rivoluzione del 1917, e stava ad indicare l’aderenza alle politiche ed ai principi del Partito Comunista dell’Unione Sovietica; secondo altre fonti il termine risale ad una sentenza del 1793 della Corte Suprema degli Stati Uniti relativa ai confini della giurisdizione federale. Oggi il termine si riferisce all’utilizzo di parole ed espressioni che non possano essere considerate offensive o discriminatorie, particolarmente in discorsi riguardanti l’etnia, il genere, gli orientamenti sessuali, la diversità. Ciò perché nel tempo alcune parole avevano assunto nel gergo volgare connotazioni negative che avevano proprio lo scopo di offendere. Inoltre, secondo un’interpretazione dell’ipotesi di Sapir – Whorf, sarebbe possibile che il linguaggio utilizzato influenzi il nostro modo di pensare e di conseguenza la nostra percezione della realtà; pertanto un linguaggio scorretto faciliterebbe anche atteggiamenti sbagliati (es.: razzismo, sessismo, …). Dall’inizio del XXI secolo, “politicamente corretto” è diventato sinonimo di una sensibilità estrema alle parole utilizzate ed ai concetti espressi, ed ha contribuito alla modifica del linguaggio corrente. Il problema è che i (giusti) principi alla sua base si sono a mano a mano estremizzati. L’ironia o l’umorismo non sono più ammessi e tutto viene letto attraverso il prisma dell’ideologia più ortodossa, inducendo fenomeni di intimidazione e di silenziamento delle voci contrarie. Ciò si manifesta anche in alcuni campus di università, cioè in quelle che dovrebbero essere le arene per eccellenza della discussione e dello scambio di idee. All’Università di Princeton, recentemente, è stata presentata una petizione con la richiesta della creazione di un comitato interno per valutare che discorsi, ricerca e pubblicazioni non fossero “razziste” secondo un protocollo deciso dal comitato stesso. La petizione ha raccolto centinaia di firme all’interno del campus. Gli atteggiamenti censori nella scelta dei libri di testo (il c.d. Red – Flagging) e nell’insegnamento – che in passato si sono manifestati anche con l’esclusione dai programmi di studio di testi classici da Shakespeare a Fitzgerald, da Euripide a Nabokov – porta anche a fenomeni di autocensura fra gli studenti nell’esprimere le loro opinioni in classe o nel campus, e fra i docenti, che preferiscono adeguarsi piuttosto che rischiare la cattedra per le loro idee. La reazione da parte di chi si oppone a priori alla political correctness è altrettanto sconcertante (v. i tweets del Presidente USA e le prese di posizione di certi leaders dell’Europa Centro – Orientale).

Il confronto delle idee, base del principio liberale e fondamentale per affrontare e cercare di risolvere i problemi, diventa sempre più marginale. Il rischio è di andare verso una società dominata da nuovi dogmi, dove un’opinione diversa è considerata un disvalore da cancellare; dove chi la professa è un nemico da ghettizzare; dove esiste la censura attiva e passiva; dove la Storia è riletta a piacere.

Siamo di fronte a “correttezza politica” o a un fenomeno pericoloso per la libertà di espressione?

Come ebbe a dire il Giudice della Corte Suprema L. Brandeis nel 1927 “… i maggiori rischi per la libertà si nascondono nello sconfinamento di uomini zelanti con buone intenzioni…”.

1 C. Rhodes ha istituito una borsa di studio, ancora esistente, presso la sua università a Oxford per i giovani meritevoli delle colonie inglesi, degli Stati Uniti e della Germania specificando che: “… Nessuno studente dovrà essere accettato o escluso dalla possibilità di ricevere la borsa di studio sulla base della sua razza o delle sue credenze religiose”. cfr.: W.T. Stead: The Last Will and Testament of Cecil John Rhodes, London 1902

 

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