Il terzo decennio del secolo sembra portare ad un cambiamento davvero significativo nelle relazioni economiche internazionali: la globalizzazione e l’integrazione che hanno prevalso nell’ultimo scorcio del Novecento sembrano in una fase di ridimensionamento; personalità politiche, anche rappresentanti di Paesi democratici ed aperti al libero scambio, ipotizzano che le relazioni economiche debbano essere condizionate da considerazioni politiche e geostrategiche, nonostante la frammentazione conseguente possa implicare un costo generale molto elevato**.

La globalizzazione è un fenomeno che ha radici nell’antichità. Ha subito un’accelerazione a metà del XIX secolo, ed una spinta incredibile fra il 1985 ed il 2008, a seguito di una vera rivoluzione nel campo della tecnologia informatica e delle telecomunicazioni, di sviluppi politici che portarono all’apertura al sistema di libero mercato dei Paesi ad economia socialista (circa il 43.5% della popolazione mondiale del 1990) con una forza lavoro a costo frazionale rispetto a quello delle nazioni più sviluppate, e di una consistente riduzione delle tariffe doganali. Con l’effetto di un vasto allargamento geografico della catena del valore globale, e di un aumento massiccio degli scambi di beni e servizi, passati nello stesso periodo dal 38% al 61% del PIL mondiale. Tale fenomeno ha subito un rallentamento nel secondo decennio, anche come conseguenza della GCF (Grande Crisi Finanziaria del 2008), di un aumento del costo del lavoro nei Paesi di industrializzazione recente, e di un cambio nella politica economica cinese, diventata più favorevole allo sviluppo dei consumi interni rispetto alle esportazioni. Seppure meccanismi distorsivi del libero mercato siano sempre esistiti (tariffe doganali, ostacoli procedurali, barriere non tariffarie come, per esempio, standard tecnici da rispettare), per molti anni vi è stata la tendenza – un po’ ovunque – alla loro riduzione. Ma, a partire dalla crisi successiva alla GCF, e con un’accelerazione negli ultimi anni a partire dall’inizio della pandemia, vi è stata un’inversione di tendenza favorita anche dalla crescita di movimenti nazionalistici culminati nella Brexit e nelle politiche commerciali del presidente Trump, confermate dall’attuale amministrazione, in particolare nei confronti della Cina. Anche considerazioni non solo politico – strategiche (per esempio la scarsità dei presidi medici rilevata all’inizio della diffusione del Covid) hanno favorito nelle nazioni più sviluppate la crescita di un pensiero favorevole alla de-globalizzazione.

Con questo termine si intende che i vari Paesi diventano progressivamente meno interconnessi sotto il profilo degli scambi commerciali di beni e servizi, dei flussi di capitale, del trasferimento di tecnologia e dei movimenti della popolazione. Il susseguirsi di crisi esogene all’inizio della terza decade hanno portato molti Paesi – USA in testa – ad adottare provvedimenti atti a ridurre la dipendenza dalle catene produttive globali e favorire il ritorno a produzioni domestiche tramite piani di sussidi (benefici fiscali, finanziamenti a tassi agevolati, sovvenzioni, etc.) del valore complessivo di centinaia di miliardi di dollari, e rivolti in modo particolare ai settori legati alla tecnologia, al cambiamento climatico ed all’energia verde, cioè ai settori che dovrebbero avere maggiore sviluppo nei prossimi anni; con il rischio non tanto remoto della crescita di una spirale protezionistica.

Per quanto concerne il commercio di beni fisici, la slowbalization – come la definì l’Economist nel 2019 – seppur logica dopo un periodo di eccessi, potrebbe essere reversibile: i costanti miglioramenti tecnologici permettono, infatti, un sempre maggiore sviluppo di processi di automazione nell’economie più sviluppate che a sua volta potrà aumentare la domanda di componenti la cui produzione non può essere automatizzata e sarà probabilmente delocalizzata. Inoltre, la diffusione della fibra ottica faciliterà l’accesso all’e-commerce anche delle aziende di minore dimensione, o la fornitura di servizi tramite tecnologie digitali (invece di prodotti fisici) anche in Paesi con infrastrutture logistiche non adeguate. Infine, il processo di reshoring (cioè di riportare nel Paese di origine produzioni precedentemente trasferite all’estero), in molti casi non sembra essere facile o conveniente. Delocalizzare infatti comporta una serie di costi fissi irrecuperabili come la ricerca del partner produttore (o dell’area dove installare l’impianto produttivo), gli investimenti in macchinari spesso personalizzati, oltre ad altri investimenti in beni intangibili (quale il trasferimento di know-how), o la salvaguardia della proprietà intellettuale. Le incertezze legate alla decisione di riportare nel proprio Paese le produzioni trasferite all’estero sono anche legate a considerazioni sull’eventuale prossimità dei fornitori e dei mercati di sbocco all’origine della decisione di delocalizzare, ed al fatto che magari la produzione estera è in essere da molto tempo, con fornitori affidabili difficili da rimpiazzare, mentre nel Paese di origine si sono perse determinate competenze, o non sono più accessibili a costi concorrenziali. Nonostante questi provvedimenti abbiano portato alcuni commentatori a parlare iperbolicamente di una de-globalizzazione mai verificatasi prima (dimenticando quanto accadde a cavallo delle due Guerre Mondiali), l’evidenza fattuale dimostra solo un rallentamento del rapporto fra commercio di beni e PIL***, almeno per ora.

Per quanto riguarda i flussi di capitale, invece sembra che sia davvero in atto una forte riduzione, sia per quanto riguarda gli investimenti diretti che quelli di portafoglio: nel periodo di iper-globalizzazione erano passati dall’1% del PIL mondiale a circa il 6%, ed oggi si è tornati fra l’1% e il 2%. Nonostante questo movimento sia controintuitivo in un periodo caratterizzato da bassi tassi di interesse, almeno fino allo scorso anno, la spiegazione può essere trovata nella minore propensione al rischio in una fase caratterizzata da serie crisi esogene, dagli sbilanci macroeconomici causati dalla GCF e dalla pandemia, e dalla moral suasion delle autorità regolatrici nei confronti degli attori finanziari a limitare le assunzioni di rischio.

Anche se per ora non si vedono effetti macroscopici delle misure adottate (o in discussione) per rimodulare la reciproca dipendenza economica dei vari Paesi, la tendenza è preoccupante, ed in assenza di una leadership internazionale, l’ordine economico globale tenderà a diventare più multipolare e frammentato, con decisioni economiche sempre più influenzate da considerazioni geopolitiche.

Il dubbio è che le tendenze in atto, con misure e contromisure che condizionano il libero mercato, ci portino in un panorama dove tutti i benefici – economici, tecnologici, di conoscenza, di riduzione della povertà – legati alla globalizzazione ed all’integrazione vengano grandemente ridotti, aumentando inoltre le difficoltà per la gestione di crisi universali quali il cambiamento climatico o l’insorgere di pandemie, e per la crescita delle aree del mondo meno fortunate.

L’ottimo paretiano sembra sempre più allontanarsi.

 

* Ottimo paretiano: nelle applicazioni della matematica all’economia […], è il punto di equilibrio di un’allocazione di risorse […], la cui alterazione non può migliorare le aspettative di un singolo soggetto competitore senza peggiorare quelle di un altro soggetto. Il concetto è collegato a quello di efficienza paretiana che […] si realizza in un regime di libero mercato caratterizzato da concorrenza pura. Enciclopedia Treccani

** Aiyar, Shekhar, Ilyina, Anna, et alia: Geoeconomic Fragmentation and the Future of Multilateralism; Staff Discussion Note, International Monetary Fund, Washington, DC., Jan. 2023

*** U. Dadush: Deglobalisation and protectionism; Working Paper, Bruegel, Nov. 2022

 

© Gianluca Sabbadini – The Adam Smith Society

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