Cos’è l’intelligenza? Trovare una definizione condivisa è davvero un’impresa: le teorie più recenti differenziano i vari tipi di intelligenza che caratterizzerebbero l’individuo, da quella logico – creativa, a quella emotiva, o ai nove tipi ipotizzati da Howard Gardner nella teoria delle intelligenze multiple.

Forse è proprio per questa difficoltà nell’identificare cosa sia l’intelligenza, al di là del fatto che sia un’attività cerebrale, che l’evoluzione delle possibilità di analisi e calcolo dei computers e dei robot si richiami al cervello fin dagli anni ’60, da cui il termine Intelligenza Artificiale, comunemente indicata con l’acronimo AI (Artificial Intelligence).

Nel linguaggio corrente l’Intelligenza Artificiale è di due tipi: la AI debole, la più comune e riservata ad obiettivi specifici e limitati (es: gli assistenti vocali tipo Siri e Alexa), e la AI forte per risolvere problemi più vasti e complessi (es.: un robot per le pulizie, che deve riconoscere l’ampiezza di una stanza, evitare gli ostacoli e ricordare i percorsi più efficienti). Esiste anche un terzo tipo, AGI – Artificial General Intelligence (spesso anche questa indicata come AI forte) riferito alla capacità di una macchina di avere le stesse capacità intellettuali e di apprendimento di un cervello umano, ma nonostante sia oggetto di molti progetti di ricerca, si è ancora nel campo della futurologia.

In maniera molto superficiale, si può spiegare l’AI con la capacità di analizzare ed interpretare correttamente un’enorme massa di dati, anche non strutturati come immagini, video, testi o conversazioni, per ottenere specifici obiettivi. I processi di elaborazione sono diventati sempre più complessi, con la capacità delle macchine di “imparare” dai propri errori (ML – Machine Learning e DL – Deep Learning, per le elaborazioni più sofisticate di immagini, suoni e testi), e di utilizzare “reti neurali artificiali” (ANN, artificial neural network). Queste sono un sistema (con strutture di dati organizzati per simulare relazioni complesse) che cambia in maniera autonoma la propria struttura in base ad informazioni interne o esterne che scorrono attraverso la ANN, secondo uno schema simile all’attività dei neuroni nel cervello. La complessità di questi processi è diventata tale da essere spesso indicata generalmente come “black box”, cioè una scatola nera la cui integrale comprensione, anche dei risultati, spesso sfugge agli stessi programmatori. Per funzionare in maniera efficace tutti i processi di intelligenza artificiale hanno bisogno di algoritmi efficienti, di una quantità gigantesca di dati e di una capacità di calcolo (“compute”) enorme. L’incremento di quest’ultima è stato incredibile: secondo Open AI, fra il 2012 ed il 2018, l’ammontare di compute per “allenare” i principali progetti di intelligenza artificiale è aumentato di 300.000 volte, cioè un raddoppio della capacità ogni 3,4 mesi (la legge di Moore prevede il raddoppio ogni 2 anni), guidato anche dal successo ottenuto dai ricercatori nell’utilizzo parallelo dei chips. E da questo studio sono passati quattro anni…, e in un futuro non troppo lontano saranno disponibili i quantum computers che aumenteranno ancora in maniera esponenziale la capacità e la velocità di calcolo.

Dallo sblocco del telefono cellulare alla scoperta di un nuovo farmaco efficace sui batteri antibiotico-resistenti, dal meccanismo di ripiegamento delle proteine alle pulizie di casa, dall’ottimizzazione del lavoro nei campi alle automobili a guida autonoma ed agli investimenti sui mercati finanziari, le applicazioni di AI stanno cambiando radicalmente la nostra vita. Per gli infiniti ambiti nei quali viene già applicata, si capisce che è diventata l’architrave del nostro futuro.

Nonostante la sconfinata ammirazione che ho per gli scienziati e i programmatori in grado di raggiungere questi risultati (e l’invidia che provo per la loro intelligenza naturale), comincio ad interrogarmi sugli effetti che questi sviluppi tecnologici avranno, anche in un futuro prossimo, sui nostri comportamenti e sulla nostra società. Tralasciando per un momento le considerazioni legate al progresso ed ai miglioramenti – strepitosi, si pensi per esempio al settore delle life sciences – che l’applicazione di AI porta alla nostra quotidianità, non corriamo il rischio di delegare alle macchine troppi compiti? Siamo sicuri che un modus vivendi sempre più in uno spazio virtuale (si pensi alle app per la ricerca di partners, alle collezioni d’arte tramite NFT, ai visori con realtà aumentata, alle ambizioni meravigliose, ma per certi versi inquietanti, di Neuralink , …) sia il giusto futuro dell’evoluzione umana? E se AI ci suggerisce una soluzione che va contro il nostro sapere ed esperienza, o la nostra coscienza, saremo capaci di non applicarla? Non limiteremo le nostre capacità di analisi e decisione, con il rischio di atrofizzarle? Non rischiamo, nel lungo termine, di diventare macchine biologiche che solo eseguono le indicazioni dei computer? E ciò senza ipotizzare il futuro forse distopico che potrebbe derivare da uno sviluppo concreto dell’AGI e da una frequentazione sempre maggiore del metaverso.

Dwar Ev premette il pulsante che collegava tutti i calcolatori di tutti i pianeti abitati dell’universo ad una unica macchina cibernetica che avrebbe combinato tutto il sapere presente nelle galassie. Poi chiese a Dwar Reyn di formulare il primo quesito al supercomputer. “Sarà una domanda alla quale nessuna singola macchina cibernetica è stata mai in grado di dare una risposta: esiste un Dio?” La voce possente del supercomputer rispose immediatamente, senza esitazioni: “Sì, ora un Dio esiste”. Un lampo di paura attraversò il volto di Dwar Ev, e cercò di raggiungere l’interruttore per spegnere la macchina, ma dal cielo senza nuvole cadde un fulmine che lo colpì e che fuse l’interruttore**.

 

*Film cult di fantascienza del 1999, regia di Andy e Larry Wachowski

** Fredric Brown: Answer, 1954, in: Isaac Asimov Presents the Great SF Stories # 16, DAW Books, New York, 1979 (sintesi e traduzione a mia cura)

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