Il Commercio Internazionale alla Prova della Storia: Cambiamenti, Sfide Geopolitiche e Prospettive per l’Europa e l’Italia
Buonasera a tutti,
è un privilegio poter condividere con voi alcune riflessioni su un tema che tocca le fondamenta stesse della nostra prosperità economica e della nostra sicurezza giuridica: le regole del commercio internazionale e la loro profonda trasformazione. Non parlo di un cambiamento improvviso, né di una crisi scoppiata da un giorno all’altro. Parlo piuttosto di un processo lento, stratificato, che nell’ultimo decennio ha progressivamente eroso le certezze su cui imprese, governi e operatori del diritto avevano costruito le proprie strategie. Un processo che nell’ultimo anno ha subito un’accelerazione senza precedenti, portandoci in un territorio in larga parte inesplorato.
Un decennio di lenta erosione della libertà commerciale
“Dove non passano le merci passano gli eserciti”, questo il grande insegnamento dell’economista francese del XIX secolo Frederic Bastiat. E su questo principio, dal dopoguerra in poi si è cercato di costruire l’architettura del commercio internazionale. Per comprendere ciò che sta accadendo oggi, infatti, dobbiamo guardare indietro. Il sistema multilaterale degli scambi, fondato sulla clausola della nazione più favorita (la quale impone che ogni vantaggio commerciale concesso a uno Stato (dazi o condizioni) sia esteso automaticamente a tutti gli altri partner), sulla riduzione progressiva delle tariffe e sulla risoluzione delle controversie attraverso il meccanismo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha rappresentato per decenni il pilastro dell’integrazione economica globale. Le riduzioni dei costi commerciali legate alle riforme connesse al sistema GATT/WTO tra il 1995 e il 2020 hanno contribuito ad accrescere il PIL globale di quasi il 7%, e di oltre il 30% nei paesi a basso reddito. Questo sistema ha permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà e ha favorito una crescita senza precedenti del volume degli scambi mondiali.
Tuttavia, già a partire dalla crisi finanziaria globale del 2008-2009, lo slancio della liberalizzazione commerciale ha cominciato a rallentare. Il commercio globale in rapporto al PIL si è sostanzialmente stabilizzato dopo tre decenni di costante crescita della globalizzazione. La retorica politica è diventata progressivamente più protezionistica, sia nelle economie avanzate sia in quelle emergenti. La globalizzazione, pur avendo generato benefici aggregati enormi, ha anche distribuito tali benefici in modo diseguale, alimentando un malcontento pubblico (in Occidente, perché nel frattempo India e Cina sono diventati i grandi paladini del libero scambio) che ha indebolito il sostegno politico alle frontiere aperte.
E non bisogna dimenticare che la globalizzazione e la concorrenza sono un fattore di diffusione della conoscenza, come il filosofo scozzese David Hume già ci ricordava più di 250 anni fa nel suo saggio The Jealousy of Trade : “Confrontate la condizione della Gran Bretagna oggi con quella di due secoli fa. Allora tutte le arti, tanto dell’agricoltura quanto delle manifatture, erano estremamente rozze e imperfette. Ogni miglioramento che abbiamo realizzato da allora è nato dalla nostra imitazione degli stranieri; e, nonostante lo stato avanzato delle nostre manifatture, adottiamo ogni giorno, in ogni arte, le invenzioni e i perfezionamenti dei nostri vicini.”
Nel frattempo, il WTO ha conosciuto un declino lento ma costante della propria influenza. Il suo meccanismo di risoluzione delle controversie è rimasto paralizzato a causa del blocco — principalmente da parte degli Stati Uniti — delle nomine al suo organo d’appello, lasciando le dispute commerciali irrisolte e il sistema privo del suo principale strumento di enforcement. Molti paesi membri hanno continuato a rivendicare il proprio status di “economia in via di sviluppo” per mantenere sussidi e flessibilità, seminando ulteriore malcontento tra le economie avanzate. Nonostante queste difficoltà, nessun membro ha abbandonato il WTO dalla sua istituzione nel 1995, poiché l’organizzazione continua a garantire l’accesso ai mercati e offre un quadro per contestare pratiche commerciali discriminatorie e, nei casi previsti, ottenere l’autorizzazione a contromisure.
A fronte di questa debolezza istituzionale, gli accordi commerciali preferenziali e regionali sono proliferati. L’ultimo decennio ha visto la ratifica di intese significative come l’Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (USMCA, in realtà una deminutio rispetto al NAFTA), il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), l’Area di Libero Scambio Continentale Africana (AfCFTA) e il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) oltre ai numerosi trattati stipulati tra Unione Europea e blocchi come il Mercosur o paesi come Canada, Australia, India, Giappone, Corea del Sud (alcuni ancora da ratificare). I paesi che partecipano a tali accordi regionali rappresentano circa il 78% del PIL mondiale. Tuttavia, le tre maggiori potenze commerciali — Cina, Stati Uniti e Unione Europea — non sono riuscite a negoziare alcun accordo commerciale tra di loro, percependo ciascuna le altre come fonti di concorrenza piuttosto che di vantaggio comparato.
L’accumulo di misure restrittive è stato impressionante. Dal 2020, sono state introdotte circa 18.000 misure commerciali discriminatorie a livello globale. Nei primi dieci mesi del 2025, sono state imposte in tutto il mondo oltre 2.500 restrizioni commerciali — quasi cinque volte di più rispetto allo stesso periodo del 2015. L’incertezza della politica commerciale globale negli anni 2020 ha raggiunto in media quasi cinque volte il livello degli anni 2000. In pratica, quasi un quinto delle importazioni mondiali — il 19,7% — è oggi interessato da dazi e altre misure restrittive introdotte dal 2009, rispetto al 12,6% registrato in precedenza.
L’accelerazione dell’ultimo anno: i dazi reciproci e la nuova architettura commerciale americana
Se il decennio precedente è stato caratterizzato da un’erosione graduale, l’ultimo anno ha rappresentato una vera e propria frattura. L’amministrazione Trump, rientrata alla Casa Bianca con obiettivi più definiti e un’agenda di politica commerciale più ambiziosa rispetto al primo mandato, ha fatto dei dazi il proprio strumento principale di riequilibrio economico e di pressione negoziale.
Il 2 aprile 2025 — quello che è stato denominato il “Liberation Day” — il Presidente Trump ha annunciato l’imposizione di dazi reciproci su larga scala, invocando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) come base giuridica. L’obiettivo dichiarato era quello di affrontare i profondi squilibri commerciali degli Stati Uniti, il cui deficit delle partite correnti aveva raggiunto il -4,0% del PIL nel 2024, quasi il doppio rispetto al periodo 2013-2019. Per l’Unione Europea, i dazi iniziali erano fissati al 20%, con un dazio di base del 10% applicato a tutte le importazioni.
L’approccio americano è stato definito “transazionale” nella sua natura, “specifico per settore” nel suo impatto, e modellato dall’uso di leve politiche mutevoli per perseguire obiettivi di sicurezza nazionale ed economica. Il governo ha fatto ampio ricorso a ordini esecutivi e poteri di emergenza per implementare le misure, dall’imposizione dei dazi all’espansione delle sanzioni e ai controlli sugli investimenti. Questa enfasi sull’autorità esecutiva ha ridotto il ruolo del legislatore e aumentato l’incertezza giuridica e operativa per le imprese.
I risultati immediati sono stati significativi. Il deficit commerciale americano con la Cina è diminuito del 32% su base annua nel 2025, e per la prima volta dal 2000, la Cina non è più il partner commerciale con il quale gli Stati Uniti hanno il maggiore deficit — questo primato è passato all’Unione Europea, con 218,8 miliardi di dollari. Parallelamente, le esportazioni americane di beni e servizi sono cresciute di 199,8 miliardi di dollari (6,2%) raggiungendo un record di 3.400 miliardi.
L’amministrazione ha inoltre introdotto il programma degli Agreements on Reciprocal Trade (ART), accordi negoziati e pubblicati dall’USTR con diversi partner, tra cui Argentina, Bangladesh, Cambogia, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Indonesia, Malaysia e Taiwan. Sono stati inoltre annunciati (o pubblicati in forma di dichiarazioni congiunte/quadro) intese con altri partner, tra cui Unione Europea, India, Giappone, Corea del Sud, Svizzera e Vietnam. In termini generali, ciascun ART mira a ottenere dal partner una riduzione di dazi e barriere non tariffarie sulle esportazioni americane, prevedendo in cambio l’applicazione, da parte degli Stati Uniti, di un dazio “reciproco” rimodulato rispetto alla tariffa MFN.
Un ulteriore sviluppo di fondamentale importanza è stato l’intervento della Corte Suprema americana, che il 20 febbraio 2026 ha dichiarato illegittimi i dazi generalizzati imposti facendo leva sull’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). Secondo analisi specialistiche, la decisione ha comportato una sensibile riduzione del livello medio dei dazi statunitensi (misurato come media ponderata sul commercio), con stime che indicano un calo nell’ordine di grandezza di circa 7 punti percentuali. In risposta, il 20 febbraio 2026, il Presidente Trump ha emanato un proclama che impone un dazio temporaneo del 10% ad valorem sulle importazioni per un periodo massimo di 150 giorni, questa volta invocando la Sezione 122 del Trade Act del 1974, relativa ai problemi fondamentali dei pagamenti internazionali (con efficacia dal 24 febbraio 2026). Questa sequenza di eventi — dazi IEEPA, decisione della Corte Suprema, nuovi dazi sotto diversa base giuridica — ha elevato enormemente l’incertezza sulla politica commerciale e tariffaria.
I fattori geopolitici: la nuova variabile strutturale del commercio
Sarebbe riduttivo analizzare questi cambiamenti esclusivamente attraverso la lente della politica commerciale in senso stretto. Le tensioni geopolitiche sono divenute una variabile strutturale che ridefinisce le catene del valore globali, le rotte commerciali e le strategie di approvvigionamento.
La prima e più profonda frattura è quella tra Stati Uniti e Cina. I dazi americani introdotti nel 2018 non hanno ridotto il commercio globale in aggregato, ma lo hanno riallocato: il commercio tra USA e Cina si è contratto, mentre il commercio nei prodotti più colpiti dai dazi è cresciuto nel resto del mondo. Questo schema si è ripetuto e intensificato nel 2025, con un disaccoppiamento rinnovato tra i due paesi che si è verificato a un ritmo significativamente più rapido rispetto al periodo 2018-2019. Le esportazioni cinesi verso paesi terzi, in particolare in Asia e in Europa, sono aumentate più nel periodo febbraio-aprile 2025 che nel corrispondente periodo del 2018.
L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha inaugurato quella che gli economisti hanno definito la “terza fase” delle pressioni geopolitiche sul commercio. Questa crisi ha generato non solo sanzioni senza precedenti e restrizioni alle esportazioni di energia, ma ha anche mutato il modo in cui i governi concepiscono le catene di approvvigionamento: non più in funzione del solo vantaggio di costo, ma sempre più in funzione della gestione del rischio geopolitico.
Le catene del valore globali continuano a riconfigurarsi. Le imprese si allontanano dall’offshoring guidato dai costi verso strategie di diversificazione dei fornitori e rilocalizzazione della produzione più vicino ai mercati finali. I concetti di “nearshoring”, “friendshoring” e “reshoring” non sono più semplici slogan, ma orientano le decisioni di investimento di multinazionali in tutto il mondo. Le risorse critiche — dai minerali rari alle batterie, dai semiconduttori ai prodotti farmaceutici — sono divenute leve di potere geopolitico. I controlli sulle esportazioni si sono inaspriti: la Cina ha introdotto restrizioni sulle terre rare, la Repubblica Democratica del Congo sul cobalto, e gli Stati Uniti sui semiconduttori avanzati.
In questo contesto, è fondamentale rilevare un dato apparentemente paradossale: nonostante tutte queste turbolenze, il commercio globale ha dimostrato una notevole resilienza. Nel 2025, il commercio mondiale ha registrato un anno record, con un incremento del 7% che ha portato il valore complessivo a superare per la prima volta i 35.000 miliardi di dollari. Le distanze commerciali hanno raggiunto un nuovo record di circa 5.000 chilometri, il che significa che le catene di approvvigionamento non si stanno accorciando ma allungando ulteriormente. Paesi esterni ai principali blocchi geopolitici hanno espanso il proprio ruolo nel commercio globale, con la loro quota combinata che è salita dal 42% nel 2016 al 47% oggi. In altre parole, la globalizzazione non sta finendo: si sta riorganizzando, trovando nuove rotte e creando nuovi hub.
Le conseguenze per l’Europa
L’Unione Europea si trova in una posizione particolarmente esposta in questo nuovo panorama. L’Europa è al tempo stesso il principale blocco commerciale al mondo e un attore geopolitico la cui potenza economica non è ancora pienamente tradotta in leva negoziale autonoma.
L’impatto dei dazi americani sull’UE è stato significativo e multiforme. L’accordo-quadro raggiunto tra UE e Stati Uniti il 27 luglio 2025 ha fissato, in linea di principio, un dazio di base del 15% sulle esportazioni europee, con esenzioni mirate e garanzie per i principali settori di esportazione dell’UE, inclusi farmaceutici e automobili, che avevano precedentemente affrontato dazi del 27,5%. L’UE, da parte sua, si è impegnata a eliminare i dazi su tutti i beni industriali e a fornire accesso preferenziale a un’ampia gamma di prodotti agricoli e ittici americani.
Tuttavia, la sentenza della Corte Suprema americana ha di fatto invalidato la maggioranza dei dazi statunitensi nell’ambito dell’accordo-quadro UE-USA, creando ulteriore incertezza sulla compatibilità tra i nuovi dazi adottati in risposta alla sentenza e l’accordo complessivo. Il Parlamento Europeo ha posticipato il voto sull’accordo-quadro in attesa di ulteriori chiarimenti.
La risposta dell’UE è stata articolata su più livelli. La Commissione Europea ha preparato contromisure per un valore di 93 miliardi di euro di beni americani — il più grande pacchetto di contromisure commerciali bilaterali mai adottato dall’UE. Il pacchetto include dazi aggiuntivi dal 4% al 30% su prodotti americani e restrizioni all’esportazione di alcuni prodotti europei verso gli USA, come i rottami metallici. Le contromisure sono state tuttavia ripetutamente sospese per lasciare spazio ai negoziati: una prima sospensione fino a luglio 2025, poi un’estensione di sei mesi in agosto, e un’ulteriore proroga nel febbraio 2026.
L’UE dispone inoltre di strumenti più incisivi ancora non utilizzati. Lo Strumento Anti-Coercizione (ACI), entrato in vigore il 27 dicembre 2023, consente all’UE di rispondere a tentativi di coercizione economica da parte di paesi terzi attraverso contromisure nel settore del commercio, degli investimenti e degli appalti pubblici, ad esempio imponendo dazi o restrizioni mirate su specifici prodotti, limitando l’accesso delle imprese del paese sanzionato a gare e finanziamenti pubblici, o introducendo vincoli su servizi e investimenti (autorizzazioni, operazioni societarie, accesso al mercato). Quando si parla di misure sulla proprietà intellettuale, in concreto, si intende la possibilità di intervenire sulle condizioni di sfruttamento commerciale di tecnologie e contenuti (ad es. licenze, trasferimenti tecnologici, uso di brevetti e know-how) come leva negoziale, sempre in modo proporzionato e calibrato sul caso. Si tratta di uno strumento concepito principalmente come deterrente, ma che, una volta attivato, conferisce alla Commissione una notevole discrezionalità nell’applicare risposte che possono variare significativamente in portata, severità e impatto economico. Francia e Germania hanno concordato sulla necessità di disporre di una leva negoziale più forte e di rispondere in modo robusto qualora la coercizione economica americana sull’UE dovesse persistere.
Sul piano macroeconomico, le analisi indicano che, sebbene i dazi aumentino i costi per gli esportatori europei, i prezzi all’importazione nell’UE tendono a diminuire, riflettendo sia un tasso di cambio effettivo nominale più forte sia prezzi all’esportazione esteri più bassi. L’indebolimento della domanda esterna indotto dai dazi nei paesi terzi esercita ulteriore pressione al ribasso sui loro prezzi all’esportazione. Per l’UE, i prezzi all’importazione più bassi aumentano il potere d’acquisto dei consumatori e sostengono redditi reali più elevati e contribuiscono a tenere a freno l’inflazione che purtroppo oggi è nuovamente influenzata verso l’alto soprattutto dai fattori geopolitici come la chiusura dello stretto di Hormuz (per ora temporaneamente riaperto ma non si sa bene in che termini).
Le conseguenze specifiche per l’Italia
L’Italia si trova in una posizione per certi versi peculiare nel panorama europeiio. Il nostro paese è stato l’unica grande economia dell’UE a registrare un aumento significativo delle esportazioni verso gli Stati Uniti nel 2025: un incremento del 7,2% su base annua, mentre le esportazioni tedesche e spagnole sono calate di oltre il 9% e quelle francesi dello 0,9%. Questo risultato è stato in parte alimentato dal “front-loading” — ovvero l’anticipazione delle spedizioni per evitare i dazi che sono entrati in vigore il 1° agosto — con un incremento del 9,6% nel periodo gennaio-luglio. I settori trainanti sono stati le attrezzature di trasporto (esclusi i veicoli a motore), con un aumento del 59,5%, e i prodotti farmaceutici, con un incremento del 54,1%.
Il commercio internazionale italiano è rimasto resiliente, con un surplus di 50,7 miliardi di euro nel 2025, grazie a esportazioni di beni cresciute del 3,3% e importazioni del 3,1%. Tuttavia, l’ISTAT ha avvertito che l’esposizione dell’Italia ai mercati extra-UE, inclusi gli Stati Uniti, è più elevata rispetto alle altre grandi economie europee — una potenziale vulnerabilità in un contesto commerciale globale sempre più instabile.
Il valore delle importazioni italiane dalla Cina è balzato del 16,4% nel 2025, raggiungendo un record di 60,6 miliardi di euro e portando la quota cinese sulle importazioni totali italiane al 10,3%, percentuale superiore a quella di Germania, Francia o Spagna. Gli input produttivi di provenienza cinese per la manifattura italiana sono aumentati del 60% dal 2017, mentre le importazioni di prodotti farmaceutici cinesi sono cresciute del 934% nel solo ultimo anno, superando i 7,7 miliardi di euro. Questo dato è particolarmente significativo: mentre l’Italia cerca di ridurre la propria dipendenza commerciale dagli Stati Uniti nei settori a rischio-dazio, sta contemporaneamente approfondendo la propria dipendenza dalla Cina in settori strategici.
Le importazioni strategiche italiane — come i prodotti energetici — rappresentano circa il 20% del totale e rimangono esposte a rischi geopolitici. Senza fare nomi specifici, l’ISTAT ha rilevato che il 60% delle importazioni strategiche italiane proviene direttamente da stati con livelli di rischio politico “medio” o “alto”.
L’Italia è uno dei paesi europei più vulnerabili alle potenziali conseguenze di una guerra commerciale protratta, dato il suo stretto legame commerciale con gli Stati Uniti. Le esportazioni italiane di beni verso gli USA hanno raggiunto i 69,5 miliardi di euro nel 2025 (65 nel 2024), pari al 10,8% delle esportazioni totali e al 3% del PIL, con il 7% della produzione manifatturiera destinata al mercato americano. I settori chiave includono farmaceutica, attrezzature di trasporto, automotive, macchinari e beni di lusso. Secondo le stime di Scope Ratings, uno scenario che preveda dazi USA del 20% sulle importazioni di beni dall’UE e del 125% su quelle cinesi, più misure ritorsive da parte di Cina e, potenzialmente, dell’UE, potrebbe ridurre la crescita economica italiana di circa 0,5-1 punti percentuali di PIL reale nel periodo 2025-2027.
In questo contesto, l’efficiente dispiegamento dei fondi europei di ripresa diventa ancora più cruciale per sostenere la crescita economica interna. Dei 194,4 miliardi di euro assegnati all’Italia nell’ambito del Next Generation EU, il paese ha finora ricevuto 122,1 miliardi, pari al 63% delle risorse totali. Tuttavia, la spesa effettiva è stata inferiore alle aspettative: circa 86,6 miliardi a agosto dello scorso anno, ovvero il 44% dell’allocazione totale. La capacità del piano di ripresa di stimolare la crescita del PIL italiano si distribuirà quindi su un periodo più lungo di quanto inizialmente previsto.
Le contromisure realistiche
Di fronte a questo scenario complesso e in rapida evoluzione, quali sono le contromisure realistiche che l’Europa e l’Italia possono mettere in campo? Permettetemi di articolare la risposta su diversi livelli.
Il primo livello riguarda il rafforzamento del mercato unico europeo. I leader dell’UE, riuniti al Castello di Alden Biesen, hanno riflettuto su come rafforzare la competitività del blocco, facendo riferimento alle raccomandazioni contenute nei rapporti Draghi e Letta. Le misure orientate alla riduzione della frammentazione all’interno del mercato unico, attraverso l’abbassamento delle barriere interne, rappresentano la prima e più immediata linea di difesa. Un mercato unico più profondo e integrato — nel digitale, nei servizi, nell’energia, nei mercati dei capitali — è la precondizione per generare le economie di scala necessarie a competere con potenze continentali come gli Stati Uniti e la Cina.
Il secondo livello è la diversificazione dei partner commerciali. L’UE deve accelerare la conclusione di accordi commerciali con partner affidabili. Il commercio Sud-Sud è esploso: tra il 1995 e il 2025, le esportazioni Sud-Sud sono passate da circa 0,5 a 6.800 miliardi di dollari. L’Europa non può permettersi di restare ai margini di questa dinamica. L’accordo UE-Mercosur, l’accordo quadro con l’India e l’Australia, il rafforzamento dei rapporti con l’ASEAN e con i paesi del Golfo rappresentano opportunità strategiche che non possono più essere subordinate a perfezionismi regolatori o veti interni. La resilienza del commercio tra i membri di accordi regionali si è dimostrata superiore a quella del commercio al di fuori di essi.
Il terzo livello è il mantenimento e il rafforzamento dell’arsenale difensivo europeo. L’UE dispone oggi di un pacchetto di contromisure da 93 miliardi di euro pronto all’uso, dello Strumento Anti-Coercizione, e del Regolamento sull’enforcement che consente risposte proporzionate quando paesi terzi violano le regole commerciali internazionali. Questi strumenti devono essere credibili per essere efficaci come deterrente, il che significa che l’UE deve essere pronta ad attivarli quando necessario, superando le esitazioni che storicamente ne hanno limitato l’efficacia.
Il quarto livello riguarda la difesa del sistema multilaterale. La quattordicesima conferenza ministeriale del WTO (MC14), tenutasi a Yaoundé (Camerun) tra il 26 e il 29 marzo 2026, si è svolta in un contesto di dazi unilaterali crescenti, tensioni geopolitiche e uso crescente di restrizioni commerciali, mettendo sotto pressione le regole commerciali multilaterali. L’Europa deve continuare a difendere il principio della nazione più favorita, promuovere il ripristino del meccanismo di risoluzione delle controversie — in particolare l’organo d’appello — e sostenere l’integrazione degli accordi plurilaterali nel sistema WTO. L’Accordo Multi‑Party Interim Appeal Arbitration Arrangement (MPIA), al quale hanno aderito l’Unione europea e oltre cinquanta membri del WTO — tra cui Cina, Canada, Brasile e la maggior parte dei paesi dell’America Latina — rappresenta un importante strumento transitorio per aggirare il blocco dell’Organo d’Appello; tuttavia, escludendo attori centrali come gli Stati Uniti e operando solo su base volontaria, esso non può sostituire una riforma strutturale capace di restituire al WTO una piena capacità di governo del sistema commerciale multilaterale.
Il quinto livello, specifico per l’Italia, riguarda la riduzione delle dipendenze strategiche e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’aumento vertiginoso delle importazioni cinesi in settori chiave come la farmaceutica e gli input produttivi per la manifattura rappresenta un rischio che va gestito con consapevolezza. Non si tratta di autarchia, ma di resilienza ragionata: diversificare i fornitori, investire nella produzione domestica ed europea dei beni più critici, e mappare con precisione le vulnerabilità della catena di approvvigionamento.
Il sesto livello è l’accelerazione dell’utilizzo dei fondi del Next Generation EU. Per l’Italia, l’impiego efficiente dei 194,4 miliardi di euro del PNRR (di cui, ricordiamocelo quando qualcuno abbaia verso l’Europa, 71,8 miliardi a fondo perduto e 122,6 a prestito agevolato) — insieme alle riforme strutturali connesse in materia di giustizia, concorrenza, pubblica amministrazione e appalti — diventa tanto più urgente quanto più l’ambiente commerciale esterno si deteriora. Il potenziale di crescita dell’Italia, stimato intorno all’1% nel medio termine, dipende in modo critico dall’implementazione di queste riforme, essenziali anche per sostenere un debito pubblico che a fine 2025 si attestava al 137% del PIL.
Uno sguardo al futuro
Permettetemi di concludere con una riflessione più ampia. La crescita economica globale è prevista restare modesta, al 2,6% nel 2026, con le economie in via di sviluppo esclusa la Cina che rallentano al 4,2%. Gli Stati Uniti dovrebbero crescere all’1,5%, in calo dall’1,8% del 2025; la Cina al 4,6%, in calo dal 5%; l’Europa continuerà a beneficiare di un sostegno fiscale limitato, con una domanda modesta. L’Italia, ahimè è ultima con una crescita solo dello 0,4%.
In questo contesto, la previsione del Boston Consulting Group secondo cui la quota degli Stati Uniti nel commercio mondiale scenderà dal 12% nel 2024 al 9% negli anni a venire appare credibile. Il commercio globale è previsto crescere in media del 2,5% annuo fino al 2029, in linea con il decennio precedente. Il commercio non si sta ritirando: si sta adattando, trovando nuove rotte, creando nuovi centri di gravità.
Ma questa adattabilità non è automatica, né indolore. I regolamenti commerciali continuano a inasprirsi: regolamentazioni tecniche e standard sanitari incidono ormai su circa due terzi del commercio mondiale. Le misure non tariffarie sono destinate ad espandersi ulteriormente nel 2026, con gli esportatori più piccoli e le economie a reddito più basso che sostengono i costi di conformità più elevati. Inoltre, il ricorso ai dazi come leva di politica estera — con minacce tariffarie rivolte, a più riprese, verso diversi partner — ha contribuito a innalzare l’incertezza sulle relazioni commerciali transatlantiche.
Il monitoraggio continuo degli indicatori economici, degli sviluppi dei mercati finanziari e delle risposte politiche resta essenziale per comprendere e mitigare gli impatti delle misure tariffarie sull’economia europea. Giuristi e professionisti d’impresa, avranno la responsabilità di aiutare i clienti e le nostre istituzioni a navigare questa complessità con competenza, rigore e visione strategica.
Il commercio internazionale, per decenni un potente motore di progresso, non sta scomparendo. Ma le regole del gioco stanno cambiando profondamente, e chi non si adatta rischia di restare indietro. L’Europa e l’Italia hanno le risorse, le competenze e la base industriale per emergere da questa transizione rafforzate — a condizione che agiscano con la determinazione, la coesione e la rapidità che il momento richiede.
E per ricordare a cosa serve il commercio internazionale credo che ci basti questo brano tratto dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith: “Con l’aiuto di serre, aiuole riscaldate e muri riscaldati, in Scozia si possono coltivare uve di ottima qualità… ma non sarebbe ragionevole proibire l’importazione di tutti i vini stranieri, soltanto per incoraggiare la produzione di claret e borgogna in Scozia.”
Grazie per la vostra attenzione.

