“L’andarà parte che per auctorità de questo Conseio, chadaun che farà in questa Cità algun nuovo et ingegnoso artificio, non facto per avanti nel dominio nostro, reducto chel sarà a perfection, siche el se possi usar, et exercitar, sia tegnudo darlo in nota al officio di nostri provveditori de Comun. Siando prohibito a chadaun altro in alguna terra e luogo nostro, far algun altro artificio, ad immagine et similitudine di quello, senza consentimento et licentia del auctor, fino ad anni 9”*. Con queste parole il Senato della Repubblica di Venezia istituì, il 19 marzo 1474, lo Statuto dei brevetti, prima legislazione di cui si abbia notizia per tutelare le invenzioni. La protezione dell’ingegno umano quale stimolo all’invenzione, e per attirare menti brillanti, era quindi un aspetto ben presente per favorire lo sviluppo fin dall’alba dell’Era Moderna (v. le parole che accompagnarono il provvedimento veneziano).

Oggi i diritti legati ai brevetti, ed alla proprietà intellettuale più in generale, sono garantiti ovunque. La possibilità di sfruttare economicamente in maniera legalmente protetta il genio individuale è stata una delle grandi molle del progresso scientifico e tecnico, che ha favorito enormi investimenti pubblici e privati. Anche se l’analisi dei dati storici non conferma in maniera inequivocabile il nesso causale fra brevetti e innovazione: soprattutto alla fine del secolo scorso altri sistemi (la segretezza, essere i primi ad arrivare sul mercato, …), o atteggiamenti culturali che favoriscono la collaborazione e la propensione al rischio nella sperimentazione hanno largamente contribuito all’introduzione di nuovi sistemi/prodotti.

Il detentore di un brevetto ha il diritto di utilizzarlo in maniera esclusiva, e comunque di stabilire in maniera autonoma il prezzo per il suo eventuale utilizzo da parte di terzi. Ciò può permettere la nascita di monopoli, ed anche in considerazione della durata media di un brevetto, 20 anni, si temono effetti negativi sulla concorrenza e sull’innovazione incrementale; alcuni auspicano, in determinate circostanze, la sospensione dei diritti legati al brevetto. Questo creerebbe un pericoloso precedente, rendendo più difficile per i ricercatori, pubblici e privati, trovare aziende pronte a sostenere i costi di una traduzione sul mercato dei loro sforzi, non solo intellettuali.

Il problema del controllo delle invenzioni da parte dei suoi autori, quando riguardano scoperte che hanno effetti importanti su aspetti della vita essenziali quale la salute, ha implicazioni anche di carattere morale. Se da un lato è giusto che il lungo e costoso lavoro di ricerca, che spesso non porta a risultati concreti, venga protetto garantendo agli scienziati ed ai loro finanziatori, anche pubblici, il recupero delle spese sostenute ed un ritorno economico, dall’altro è problematico che la scoperta non possa andare a beneficio di tutti. Il dibattito è molto interessante sotto un profilo etico, e recentemente è stato applicato al caso dei vaccini. Qualche mese fa, l’India ed il Sudafrica hanno richiesto al WTO (World Trade Organization) una sospensione dei brevetti affinché non solo i Paesi più ricchi potessero avere accesso in tempi rapidi a quanto necessario per controllare la pandemia. Il 5 maggio il Presidente americano ha sostenuto l’appello, e molti intellettuali, ONG, premi Nobel, riviste scientifiche, etc. hanno sostenuto l’iniziativa di Joe Biden. Il nostro pensiero è molto influenzato dalle “storie”, particolarmente quelle che confermano i nostri principi e, come spiegato in un recente libro** di successo, la “narrazione” ha grandi effetti anche sull’economia. Ma in questo caso, se si approfondisce la questione da un punto di vista pratico, la realtà è più complessa di una contrapposizione fra i diritti degli inventori e quelli della società. Il problema per un aumento del numero di dosi prodotte e della loro rapida distribuzione nel mondo vede nel brevetto il minore degli ostacoli. L’aspetto principale riguarda la natura stessa del vaccino – un prodotto biotecnologico – molto diverso da un farmaco. Quest’ultimo può essere abbastanza facilmente sintetizzato una volta conosciuta la struttura della molecola (evidente dai brevetti pubblicati e da articoli su riviste scientifiche), e prodotto da personale non particolarmente qualificato in impianti standard per l’industria farmaceutica. Per i vaccini vale l’opposto: per produrli, in generale e soprattutto quelli di ultima generazione, è necessario conoscere la procedura perfetta di produzione (spesso coperta da segreto), che può essere eseguita solo da personale specializzato, in strutture altamente sofisticate; devono inoltre essere oggetto di numerosi controlli di qualità e supervisione da parte dei regolatori. Mancando l’aderenza a queste caratteristiche si rischia di avere un prodotto non esattamente conforme all’originale, la cui efficacia non è provata, e quindi inutile. Senza contare la lunga e complessa catena delle forniture per i molteplici ingredienti/semilavorati, sparsa in tutto il mondo, anche in Paesi che potrebbero (come già successo) bloccarne le esportazioni. Quindi, time to market? Alcuni anni. Affinché le nazioni meno fortunate abbiano a disposizione un numero sufficiente di vaccini non è quindi un problema di brevetti, ed infatti nell’ultimo incontro dei Paesi del G7, più efficacemente, si è deciso di accantonarne la sospensione e si è stabilito invece di donare un ingente numero di dosi.

È giusto discutere ed aggiornare una legislazione obsoleta, oggi non diversificata per settori e che non sembra più adeguata ai grandi cambiamenti intervenuti, particolarmente nei settori delle scienze della vita e della tecnologia di frontiera (metamateriali, soft robotics, quantum computing , …). Ma la tutela delle opere dell’ingegno non deve essere messa in discussione. Sospendere i diritti derivanti dai brevetti, anche solo per limitati periodi, se accompagnata da un’adeguata “narrazione”, potrebbe diventare l’anticamera per una loro cancellazione.

 

*Archivio di Stato di Venezia, Senato terra, registro 7, carta 32
** Robert J. Shiller: Narrative Economics: How Stories Go Viral and Drive Major Economic Events, Princeton University Press, 2019

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