Negli ultimi anni il dibattito politico non pare più tanto legato alle differenze dialettiche delle ideologie popolari del Novecento – ormai di scarso interesse per le ultime generazioni, più interessate a problemi che le toccano più da vicino e meno ideologici – ma, forse come conseguenza dei rapidi cambiamenti e delle crisi intervenute che hanno minato il senso di stabilità e sicurezza di molti, sembra essere stato sostituito dalla (ri)nascita del populismo.

Questo fenomeno si sviluppa nelle democrazie quando una parte significativa della popolazione ha la sensazione che la classe politica non tuteli più i propri ideali o bisogni, o quando significativi cambiamenti culturali od ondate migratorie vengono percepiti come pericoli per i propri valori, tradizioni, sistemi di vita. Spesso la sua diffusione all’interno di un Paese con solide tradizioni democratiche comporta una polarizzazione marcata della società; ovunque, però, oggi è un fenomeno caratterizzato da una contrapposizione fra “virtuosi” e “disonesti” senza possibilità di compromessi. Il populismo viene guidato da leaders carismatici con un linguaggio semplice, ascientifico, ripetitivo, condito dal vittimismo, spesso violento, con frequente utilizzo di affermazioni false e grossolane. La narrativa è concentrata sull’ordine, sulla tradizione e su un’ideologia legata all’innatismo (per i movimenti più legati alla destra storica), o sulle ineguaglianze economiche, etniche e di genere, per quelli di ispirazione più di sinistra; spesso istiga all’odio nei confronti di certe categorie (migranti, Ebrei, big pharma, élites, …), promuove tesi complottiste, tende a ripudiare il passato e denuncia problemi senza indicarne una soluzione realistica.

Questi messaggi, diffusi con linguaggio semplice e d’impatto, amplificato dalle echo-chambers e dagli algoritmi dei social media, che enfatizzano il primato del gruppo rispetto all’individuo, sfruttano caratteristiche fondamentali della psicologia umana legate alla nostra ancestrale mentalità tribale, quando la coesione del gruppo era fondamentale per la sopravvivenza. Nei primati umanoidi c’è una relazione quantitativa fra la dimensione del cervello e quella del gruppo di appartenenza, che non si verifica negli altri vertebrati, e la maggior dimensione del cervello viene spiegata con la complessità nella creazione di abitudini mentali dettate dalle necessità dell’integrazione del gruppo nel nostro ambiente primordiale. Che l’appartenenza ad un gruppo sia una necessità innata nel nostro comportamento è anche manifesta, per esempio, nel fatto che ci si dichiara tifosi di una squadra anche se si segue lo sport relativo solo saltuariamente, o nell’importanza che viene data al “lavoro di squadra” in ogni colloquio di lavoro; di fatto, l’appartenenza ad un gruppo – per quanto piccolo – crea empatia e legami solidali fra i suoi membri. Significativo che, ancora pochi decenni fa, la pena per i reati più gravi in certe isole del Sud Pacifico fosse l’allontanamento dal villaggio.

L’affermarsi del populismo quale cultura politica, o meglio quale tecnica per la presa del potere, con il suo bagaglio di implacabile animosità, intolleranza ed assolutismo morale, e secondo quella logica binaria (noi o loro, in contrapposizione) che sta contaminando il nostro pensiero, sta portando ad un crescendo nella polarizzazione delle società a livelli preoccupanti e ad un aumento di sistemi di governo autocratico*, anche in Paesi di solida tradizione democratica, e diversissimi per storia, cultura, situazione economica. Lo sviluppo del populismo crea un terreno fertile per l’avvento di democrature, regimi autoritari magari non tali al momento del loro successo elettorale ma che tali diventano per gli interessi dei loro promotori. Varie sono le forme di autocrazia moderna, da quelle che potremmo definire in qualche modo ereditarie (non infrequenti in Africa) nelle quali una famiglia od un’oligarchia riescono a trasferire il potere al loro interno, a quelle elettorali dove il carisma del leader (e dove le pratiche per mettere in angolo le opposizioni sono la prassi) riesce a perpetrare il regime attraverso elezioni, a vere dittature. La caratteristica comune è quella di occupare progressivamente le istituzioni che normalmente sono i contropoteri che garantiscono le democrazie liberali, dagli organi di stampa ai tribunali e le corti supreme, al sistema legislativo (tramite modifiche al sistema elettorale) ed amministrativo. I regimi autocratici, una volta al governo, hanno bisogno di tempo per consolidare il loro potere, e solo in una seconda fase i diritti liberali vengono progressivamente annacquati e poi cancellati; nelle democrazie più solide le prassi democratiche consolidate funzionano da anticorpi e riescono ad arginare le manifestazioni più estreme ed a volte ad invertire la tendenza, ma nel medio periodo potrebbero non essere sufficienti.

Molti Stati autoritari sostengono che il loro sistema favorisce la crescita economica, ed è vero che molte autocrazie hanno ottenuto, in certi periodi, aumenti del PIL pro capite davvero spettacolari, ma al di là della correttezza nella rilevazione dei dati, è anche vero che i periodi di crisi sono sovente altrettanto significativi, e che quindi la crescita media sul medio – lungo periodo è inferiore rispetto a quella dei Paesi democratici.

La polarizzazione delle società, lo sviluppo del populismo ed il conseguente aumento delle autocrazie sono evidenti nei dati relativi al peggioramento del Liberal Democracy Index ed in quelli relativi alla diminuzione della fetta di popolazione che vive in Paesi di democrazia liberale: 8 persone su 10 nel mondo non hanno questa fortuna, e penso sia significativo che questa tendenza al peggioramento del livello della democrazia sia intervenuto negli ultimi 10 anni.

La narrativa di tipo populista è sempre esistita ed è servita alla creazione di gruppi enormi (si pensi alle religioni), e le autocrazie sono state il sistema di governo praticamente unico fino a pochi decenni fa. Con la notevole eccezione del secondo ventennio dello scorso secolo abbiamo avuto la fortuna di poter vivere in un periodo nel quale le libertà sono aumentate e la centralità dell’individuo ed i suoi diritti fondamentali maggiormente rispettati, almeno nel mondo occidentale. Ma nell’arco della storia questo periodo rappresenta l’eccezione.

Sarebbe molto opportuno che ci si pensasse bene prima di seguire i pifferai.

 

*  Uno dei centri più autorevoli per gli studi sullo stato della democrazia è il V-Dem Institute, Dept. Of Political Science, University of Gothenburg, https://www.v-dem.net/

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