Solo con il manifestarsi della scarsa reperibilità di alcuni prodotti nei primi mesi della pandemia, molti di noi si sono resi conto di un fenomeno certo non nuovo, globale e ben presente a tutti coloro che operano nel settore della produzione: l’esistenza della catena delle forniture, più frequentemente indicata col termine anglosassone di Supply Chain (SC). Nella nostra quotidianità non facciamo mente locale sul fatto che ogni prodotto – dal più semplice al più sofisticato – dipende da un insieme di componenti prodotti a monte e della relativa serie di servizi (immagazzinamento, trasporto, vendita).

Anche se il commercio internazionale è documentato fin dall’Età del Bronzo, è nel XIX secolo che la riduzione nel costo dei trasporti ne permette la crescita in volume, malgrado il progressivo allontanamento dei centri di produzione (rimasti geograficamente concentrati per la necessità di tenere fisicamente vicine le risorse tecniche agli altri fattori produttivi) dai luoghi di consumo. Venendo a tempi a noi più prossimi, è da metà degli anni ’80 che gli sviluppi geopolitici e quelli tecnologici, uniti alla progressiva riduzione delle tariffe doganali ed all’aumento del numero di accordi preferenziali per il commercio fra Paesi/Aree Geografiche, hanno permesso uno sviluppo enorme e rapido del commercio internazionale, con la possibilità per le aziende di diversificare ampiamente le proprie fonti di inputs produttivi. Ciò ha comportato lo sviluppo di catene delle forniture, cioè di un insieme di parti interconnesse che servono alla produzione del bene finito, con attori dislocati in più parti; un insieme complesso che è più della somma delle parti e dinamico per sua natura*, caratterizzato dall’intrinseca difficoltà nella scelta e nella localizzazione dei fornitori, nella loro gestione integrata, e nella capacità di adattarsi a scenari in costante evoluzione sia nel mercato di sbocco del prodotto finale che nelle realtà dove hanno sede i diversi partecipanti alla catena. La scelta di un’impresa fra l’importazione del componente, la dislocazione all’estero di un impianto produttivo, la presa di una partecipazione in un’azienda già fornitrice o potenzialmente tale, comporta decisioni strategiche di grande impatto sotto il profilo finanziario, per le quali sono necessarie anche attente valutazioni a carattere extraeconomico (qualità delle istituzioni, delle infrastrutture, del capitale umano, del panorama politico). La gestione delle SC è complessa, richiede capacità di coordinamento dei vari partecipanti alla catena (spesso composta da diverse entità dislocate in vari Paesi), elasticità nell’affrontare eventi imprevisti, attenzione nella gestione dei magazzini, della logistica, del rispetto da parte dei partecipanti alla filiera dei diritti dei lavoratori, un’attenta programmazione dei flussi e di eventuali soluzioni alternative in caso di disfunzioni locali, capacità di adeguamento al cambio di preferenze dei consumatori.

Legata alla SC c’è inoltre un’attenta valutazione della catena del valore globale, GVC – Global Value Chain, nella terminologia comune, cioè l’analisi di dove si ottiene il valore aggiunto migliore che contribuisce al valore aggiunto complessivo del prodotto finito (per esempio confrontando i risparmi ottenuti da un costo del lavoro inferiore in funzione dei costi fissi legati all’apertura di una filiale). In tale analisi si prendono anche in considerazione aspetti indiretti alla produzione, quali i beni intangibili (brevetti, design, know-how produttivo, …) normalmente mantenuti nella sede principale dell’azienda, e gli eventuali rischi legati alla loro condivisione con i partners.

Le GVC sono state un paradigma dominante della produzione negli ultimi 40 anni, influenzando la globalizzazione, accelerando il progresso di molti Paesi prima in via di sviluppo (soprattutto, ma non solo, in Asia), contribuendo al trasferimento di conoscenze e tecnologie, oltre alla loro crescita economica. Ma nell’ultimo decennio molti fattori che avevano contribuito alla rapida crescita delle GVC si sono invertiti** come conseguenza delle varie gravi crisi e dei cambiamenti legati al quadro geopolitico: i costi del trasporto sono diventati molto volatili, si sono incrementate misure distorsive del libero commercio quali barriere tariffarie e non tariffarie, e varie economie emergenti che erano state protagoniste nello sviluppo del fenomeno hanno cominciato a privilegiare una crescita maggiormente guidata dal mercato interno; oltre alla crescita di tendenze protezionistiche (v. Brexit), all’aumento del costo del lavoro nei mercati emergenti ed all’impatto che le nuove tecnologie di automazione avanzata e le stampanti 3D hanno cominciato ad avere nelle scelte per favorire gli aumenti della produttività delle imprese.

All’indomani della crisi finanziaria della scorsa decade sembra essere cominciato un processo di messa in discussione di questo modello geograficamente molto distribuito, acuitosi a seguito dell’evidenza della fragilità di alcune SC durante la pandemia, e questo fattore, unito a preoccupazioni sui rischi per la sicurezza generate dai mutamenti geopolitici in corso, ha reso attraente la possibilità di rimpatriare, regionalizzare o spostare in Paesi considerati “amici” le catene delle forniture. È comunque un processo questo molto difficile anche perché la decisione originaria di delocalizzare – magari risalente a molti anni addietro – ha comportato elevati investimenti, non solo finanziari, per creare ed utilizzare un ambiente complesso difficilmente replicabile, ha compreso trasferimenti di know-how, e sarebbe comunque complicato ritrovare le stesse competenze abbandonate anni fa.

Il mio dubbio è che sia in corso un processo di ripensamento di un modello produttivo basato sulla libera circolazione di beni, servizi e capitali, dove l’intervento pubblico non dovrebbe riguardare la distorsione della concorrenza – come invece sta avvenendo con la sempre più frequente approvazione di sussidi, prestiti agevolati, facilitazioni finanziarie e fiscali, l’utilizzo del golden power, o la European Economic Security Strategy attualmente in fase di elaborazione da parte della Commissione Europea. Che eccessi nell’interpretazione della mano invisibile abbiano avuto anche effetti negativi è un fatto: fra gli altri, l’elevata specializzazione di alcune SC (es.: i microprocessori) ha ridotto la concorrenza, e la concentrazione industriale ha creato oligopoli con la capacità di mantenere elevati i margini di profitto (da cui la conseguente viscosità dei processi inflattivi).

Siamo sicuri che ripescare politiche di profumo keynesiano siano la soluzione alle distorsioni di una globalizzazione ruggente?

 

* SA. Wieland, C.F. Durach: Two perspectives on supply chain resilience; in: Journal of Business Logistic, vol. 43, n°3, 2021

** S. Cigna, V. Gunnella, L. Quaglietti: Global value chains: measurement, trends and drivers; European Central Bank, Occasional Paper Series, n. 289, January 2022

 

© G. Sabbadini – The Adam Smith Society

 

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